American Gods

American Gods: finalmente arriva qualche risposta. Recensione episodio 1.05

American Gods

È meglio che inizi questa recensione sottolinenando il fatto che, non essendo un’adepta di Gaiman, non ho mai letto il libro di American Gods. Il mio atteggiamento verso la serie tv è quindi molto simile a quello di Shadow quando si chiede: è reale? Sta davvero accadendo? O più precisamente la mia domanda è: cosa diavolo sta succedendo?!?

La serie non si affanna certo a fornire una bussola allo spettatore ignaro che, aggrappandosi al sentito dire, cerca di collegare punti e mettere insieme pezzi ed è quindi un vero sollievo scoprire che questo quinto episodio, finalmente, fa del suo meglio per rispondere a qualche domanda pressante e, ovviamente, a porne cento altre.

Quel minestrone che compone l’America

Dopo una piccola pausa, tornano ad aprire l’episodio le migrazioni americane. Questa volta si va ancora più indietro nel tempo quando attraverso lo stretto di Bering ghiacciato, i primi nomadi approdarono dall’Asia sul continente, portando con sè rituali, costumi e ovviamente dei. Vecchi dei, pronti a mischiarsi a nuovi dei, a essere elevati o dimenticati, ancora una volta tramite terribili atti di violenza.

Essendo piuttosto difficile rappresentare l’arrivo di tali uomini primitivi in modo realistico, questa volta Fuller decide di affidarsi alla computer grafica, allargando ancora di più il panorama artistico coperto da questa serie. Il risultato è particolare e meno freddo e rigido di quanto ci si potrebbe aspettare, avvicinandosi molto all’effetto della stop motion. A dimostrazione che Fuller non teme di osare e che difficilmente sbaglia.

Un altro strato si aggiunge a questa storia, così come un altro ingrediente si aggiunge al crogiolo di popoli e credenze che intrecciandosi hanno dato vita ad una nazione straordinaria che ha in sé incredibili impulsi ed energie e allo stesso tempo terribili contraddizioni e debolezze.

American Gods

Il ritratto di una nazione in crisi

Coincidenza oppure no? Difficilmente una serie del genere avrebbe potuto trovare un momento migliore per andare in onda, con la sua trama che si specchia, in una serie di rimandi infiniti, in quanto sta succedendo ora, nell’attualità di questo difficile periodo storico americano. Dei vecchi che si scontrano contro dei nuovi, valori antichi che lottano per sopravvivere contro (non)valori nuovi. Antica violenza che mai sopita continua a gorgogliare.

Finalmente i “cattivi” escono allo scoperto e fa così il suo trionfale ingresso Mr World, il dio della modernità, della globalizzazione, delle informazioni raccolte e archiviate. Interpretato da un perfetto Crispin Glover che mette i brividi fin dai primi secondi in cui entra in scena, Mr World sa che non è saggio schiacciare con la violenza gli avversari correndo il rischio che questi, nel loro sacrificio, guadagnino potere e seguito; meglio quindi assorbirli, renderli mansueti ed ebeti, ingozzarli di fama, per svuotarli di ogni loro sostanza. E’ accompagnato da Media (una sempre fulgida Gillian Anderson) che fa dell’apparenza l’unica vera sostanza e dal giovane e recalcitrante Thecnical Boy, dio di internet e di tutto quello che è sfacciatamente moderno, arrogantemente nuovo. Insieme rappresentano la vuotezza di un apparire che tutto può, lo svuotamento di una verità che può essere controllata e manipolata. Unicorni e arcobaleni che nascondono con il loro scintillio la distruzione. E’ il mondo moderno che cerca di sostituire quello vecchio in una corsa forsennata, senza mai guardarsi indietro.

La cosa peggiore per un Dio è essere dimenticato.

E’ quello che accade al dio mammut  Nunyunnini dei migranti di inizio episodio, perché un dio può esistere solo nei cuori degli uomini che lo venerano e hanno fede in lui e lo riempiono di significato. Quando questo non accade più non resta altro che mischiarsi alla gente, cercare di sopravvivere al modernità, lavorando come tassisti o nelle onoranze funebri. Gli dei moderni sembrano sapere di cosa hanno bisogno i nuovi americani, di scalpore e spettacolo e intrattenimento e vuotezza, ma non allo stesso modo sembra pensarla Wednesday (che ora potremmo anche chiamare Odino) che sembra voler tentare un ultima disperata impresa per evitare di scomparire nel nulla.

E Shadow? Ha forse un ruolo maggiore di quello che avremmo creduto ad inizio serie? E’ davvero solo un babbeo utile (la sua incredulità ormai sta per sfociare nella stupidità), buono solo ad occuparsi di piccole incombenze o nasconde dentro di sé qualche potere? La resuscitata Laura lo vede come un bagliore pulsante e infuocato, come una faro brillante nella nebbia e quando i due si baciano ha l’impressione di sentire la vita scorrere di nuovo in lei per qualche secondo. Che Shadow, inconsapevole, possa rivelarsi la pedina fondamentale per vincere questa guerra?

American Gods continua ad affascinare sia artisticamente che per la profondità dei suoi temi e finalmente si sforza di fare anche un po’ di chiarezza per chi brancolava ancora nel buio come me. L’incontro tra dei in prigione è un tripudio di tensione e dialoghi perfetti, con le immagini a cartoni che vengono proiettate sulle pareti. Anche l’incontro-scontro tra l’antipatica Laura e Mad Sweeney regala parecchie soddisfazioni, con i due sociopatici messi a confronto che serenamente non se ne risparmiano una.

American Gods
Se proprio devo muovere una piccola critica all’episodio, la faccio a Gillian Anderson che non manca certo di essere come al solito perfetta nella sua interpretazione che vira dallo scanzonato al minaccioso in pochi secondi. Ho solo trovato che la doppia rappresentazione Bowie e Marylin sia stata un po’ troppo eccessiva. Come se Fuller avesse detto fra sé: cosa possiamo inventarci per la divina Gillian Anderson? E poi si fosse lanciato in uno dei suoi eccessi artistici.

Restano solo tre episodi alla fine di questa stagione ed è difficile immaginare che basterà così poco per raccogliere tutte le trame e tutti i personaggi e concluderle questa sotoria in maniera soddisfacente, ma staremo a vedere!

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