American Gods

American Gods: La morte del sogno americano – Recensione episodio 1.06

American Gods

Mesi fa, a proposito di Westworld scrissi che “esistono nel mercato televisivo moderno due modi di fare televisione: quello che potremmo chiamare “intrattenimento” e quello che invece è “letteratura””. Come ben sappiamo in quanto spettatori accaniti è difficile trovare prodotti che rientrino nel secondo gruppo, perché la televisione in fondo è un mondo che deve nutrire tante persone e che si piega giustamente alla regole del profitto facile. Accadono però anche i momenti in cui inspiegabilmente ciò non avviene e nell’arco di pochi mesi si affastellano l’una sull’altra serie dall’alto livello qualitativo, serie che sono appunto letteratura. American Gods è una di queste.

UN PRODOTTO PIENO DI CONTENUTI INTERESSANTI E INTELLIGENTI:

American Gods

La forza vera di American Gods è la miriade di spunti interessanti di riflessione e il modo in cui sono confezionati. La serie non si limita a indagare il rapporto tra divino e umano, tra fede e apatia ma va oltre inserendo spunti di riflessione sulla migrazione, sulla fuga, sulla globalizzazione e sul concetto di brand. American Gods ci insegna a disprezzare l’America e in generale il mondo occidentale, capace di sparare a Gesù che questa volta non risorgerà e a fare del povero Efesto una misera marca di proiettili. Dove è finito il sogno americano? Dove sono le verdi pianure piene di speranza, sogni, democrazia e felicità? Per Fuller non ci sono e forse non sono mai esistite. Il miraggio di Salim e Mas Sweneey di poter vivere in un mondo migliore era lo stesso delle tre sorelle russe, era lo stesso di Efesto, era lo stesso di Wednsday, lo stesso che si è infranto a causa della perdita della fede dell’umanità. Il simbolo dell’America di oggi, della nostra società occidentale, troppo occupata a lamentarsi delle cose terrene per sperare è Laura Moon, inossidabile e fastidiosa donna acida che si è accorta di quanto fosse bello sentire il cuore battere, solo dopo la morte. Laura Moon è l’apatia dell’America è quel fastidio di vivere che ci pervade perché siamo circondati da marchi, da modelli estetici, da regole di perfezione che non eguagliamo. Laura Moon è così fastidiosa non solo perché unica umana in un gruppo di divinità, e perché non innamorata di Shadow, ma soprattutto perché un po’ ci rispecchia, facendosi portatrice alla nostra totale mancanza di fede. La desolazione della provincia americana, amata molto da Fuller, riflettono questo, un paese morto, in cui sopravvivi solo se come Efesto diventi etichetta di un prodotto alla moda.

UNA STAGIONE DI ALTO LIVELLO:

American Gods

Questo sesto episodio di American Gods inizia con Gesù e finisce con Allah ed è la prova che mai come in questa serie il discorso sull’integrazione è importante. Fuller è capace di regalare una riflessione doverosa sul credere, su cosa sia davvero la fede: è solo speranza? Viene prima della divinità? Può estinguersi? Una fede può ucciderne un’altra? Tutti questi interrogativi mentre Wednsday e uno sempre più confuso Shadow si avviano verso lo scontro con le divinità nuove, totalmente privi di alleati e Laura e Sweheey formano un’alleanza molto divertente. La trama scorre veloce nonostante il costante uso dello slow motion, piano piano iniziano a essere chiare molte più cose eppure il livello della riflessione antropologica non scende. Ed è per questo che American Gods guadagna a pieno titolo l’aggettivo di “letteratura”, come Westworld, The Leftovers e The Handmaid’s Tale. Perché è televisione che va oltre lo schermo, che fa riflettere e pensare e non annoia mai. Risulta recitata splendidamente e tecnicamente perfetta senza sbavature e eccessive lungaggini, a parte qualche esagerazione alla Fuller. American Gods con questi ultimi due episodi è andata oltre affermandosi come il prodotto più intelligente del 2017 e sicuramente quello che è più interessante guardare.

Non ci resta che continuare a restare immersi in questo meraviglioso racconto critico dei nostri giorni.

Good Luck!

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