American Gods

American Gods: era tutto un meraviglioso prologo- Recensione finale di stagione.

American Gods

La conclusione della prima stagione di American Gods è un gioco di prestigio, un colorato numero di magia, dove tutto quello che appare esiste e non esiste allo stesso tempo. Un prologo di sessanta minuti che si traveste da finale, chiarendo le identità di alcuni dei protagonisti e le intenzioni dei due schieramenti di vecchie e nuove divinità, ma, oltre a questo, American Gods sceglie di chiudere la sua prima stagione con un cliffhanger bucolico e adorabile, confermando nuovamente la genialità della penna che scrive la serie.

UN FINALE CON DUE REGINE.

American Gods

Al centro delle vicende conclusive due figure femminili importanti e visivamente immense: la Regina di Saba e Ostara. La prima, conosciuta anche come Bliqis è un personaggio dai tratti mitologici citato in ogni religione occidentale, dalla Bibbia al Corano passando inoltre per numerose leggende africane; conosciuta come colei che tentò Salomone e come sovrana ricchissima e dissoluta. La seconda è una delle otto divinità (o sabbat) pagane in cui si divide l’anno, rappresenta la rinascita e la vita e, secondo la tradizione tedesca, si festeggia il giorno dell’equinozio di primavera. Due donne, due regine, due snodi fondamentali per i nuovi e vecchi dei. Entrambe vengono corteggiate da Mr World e Wendsday e se Bliqis è costretta a cedere alle lusinghe di quest’ultimo, Ostara sceglie di schierarsi con Odino e Shadow dopo una faticosa opera di convincimento. Come raccontato da Mr Nancy e successivamente da Wendsday, entrambe hanno subito la continua pressione dell’uomo che voleva dimenticarle, sostituendole o con brunch colorati o con social network da accoppiamento. L’America e il mondo hanno smesso di credere, come era successo per le divinità irlandesi nello scorso episodio, nessuno fa più libagioni agli dei, nessuno si prostra, nessuno prega disperato tra le lacrime e ognuno fa della religione una questione di scelte personali, tanto che esistono tanti Gesù quanti rami della Chiesa. E se i fedeli stanno a guardare, il piano di Wendsday finalmente si dispiega in tutta la sua brutalità, perché alla fine le divinità antiche non fanno altro che piegare la realtà al loro volere, la ricordate la freccia che colpisce Achille nel tallone, scoccata da Paride, ma guidata da Apollo?

I due schieramenti iniziano a prendere forma, la guerra, che si preannuncia ancora lontana, non si limiterà a lanciarsi fulmini o onde energetiche in faccia, ma sarà una guerra di “credo”. Una lotta all’ultimo seguace, una estenuante ricerca di quel “believe” che è il sotto testo della serie.

UN BILANCIO DI FINE STAGIONE

American Gods

Chi ha letto il romanzo ben sapeva che questa stagione sarebbe stata incapace di contenere tutti gli avvenimenti delle pagine di Geiman in soli otto episodi, e chi invece non ha letto l’opera sarà rimasto soddisfatto solo in parte dalla serie e da questo finale che somiglia più a un’introduzione. Avrebbe Fuller potuto evitare due episodi riempitivi concentrati su Laura Moon e Mad sweneey? Avrebbe potuto evitare l’uso ridondante dello slow motion? Avrebbe potuto gestire meglio alcuni personaggi, quali ad esempio Mr World? Certo, ma se fosse stato così, non avremmo avuto American Gods, ma un semplice adattamento.

Ogni scelta registica e narrativa è pensata e calibrata, la fotografia, in questo ultimo episodio affidata all’italiana Floria Sigismondi, è la migliore del piccolo schermo. Niente è lasciato al caso: Media e Mr World richiamano il film di Fred Astaire e Judy Garland del 1948 “Easter Parade”; Ostara non sprigiona la primavera ma la siccità e la morte improvvisa perché il suo dono è la vita; Gesù è una divinità politeista da compiacere e ingraziarsi perché è rimasta l’unica in cui la gente ancora crede; l’ISIS distrugge i templi che l’occidente ha sostituito con i cellulari; e Mr Nancy, il dio Anansi, tesse completi meravigliosi come i sui ragni le tele. In American Gods ogni transizione, ogni inquadratura è visivamente originale e nuova, spesso forse troppo compiaciuta, ma tale vanità è anch’essa parte dello stile della serie.

La prima stagione di American Gods è una continua sfida visiva e intellettuale per lo spettatore grazie a dialoghi superbi e scelte registiche forse sperimentali che però affascinano. Una serie che non si siede sul tema “del credere” ma che va oltre e sceglie di parlare di migrazione, di donne, di omosessualità, di vecchiaia, di decadenza dell’occidente, ed è per questo che risulta oggi, nel 2017, necessaria.

Cosa succederà a House on the Rock? Cosa sceglierà di fare Shadow una volta scoperto di Laura Moon è stata uccisa da Odino? Chi farà parte dei vari schieramenti e quali altre divinità scopriremo ancora? Chi è Shadow Moon e cosa significa la visione dell’albero sopra i teschi? Le vecchie divinità vinceranno o si piegheranno alla globalizzazione e ai mass media?

Questi interrogativi dovrà affrontare la seconda stagione già in cantiere e siamo sicuri che lo farà in modo unico, e noi non possiamo fare altro che aspettare.

Recuperate American Gods, rivedetelo, consigliatelo, amatelo, e soprattutto non smettete mai di credere nella buona televisione.

Good Luck!

Note:

  • Le riprese del cibo del banchetto di Ostara facevano molto Hannibal.
  • Chi ha avuto una sorta di flashback di Pushing Daysies ?
  • Laura e Mad Sweeney sono la ship della serie è ufficiale.
  • Voglio che Nancy faccia la voce narrante della mia vita.
  • Grazie American Gods per averci finalmente dato una serie con pari livelli di nudità maschile e femminile.

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