Cinema

American Assassin: Recensione del film con Dylan O’Brien e Michael Keaton

american assassin dylan o'brien

Titolo: American Assassin (2017)

Durata: 112 minuti

Genere: Azione, drammatico

Regia: Michael Cuesta

Sceneggiatura: Michael Finch, Marshall Herskovitz, Stephen Schiff, Edward Zwick

Cast principale: Michael Keaton, Dylan O’Brien, Taylor Kitsch, Shiva Negar, Sanaa Lathan

La nostra generazione merita il prossimo Jason Bourne. Questo probabilmente è stato il pensiero di Michael Cuesta quando, dopo un’iniziale lettura del libro, si accingeva ad adattare American Assassin da carta a grande schermo. Avrà probabilmente pensato che al mondo mancasse quella storia un po’ Karate Kid e un po’ “soprattutto” alla Jason Statham, con una concreta dose di patriottismo e violenza.

Per carità, l’action movie, nei limiti delle scene d’azione e di lotta corpo a corpo, funziona alla grande. E’ il resto, purtroppo, a tradire le aspettative, sia dei fan del genere che dei fan di Teen Wolf, che si aspettavano di poter lodare Dylan O’Brien per qualcosa che non fosse soltanto il suo ruolo nella saga di Maze Runner. Peccato però che, per un motivo o per un altro, il piano di Michael Cuesta non abbia funzionato e, quello che doveva essere un buon film d’azione, con tutti gli step necessari del genere, si sia trasformato in un film di serie B con tante, ma tante mazzate.

Un American Assassin con poco spessore ma un buon cattivo

american assassin dylan obrien

La pellicola inizia con una velocità da razzo, raccontando nel giro di venti minuti chi sia Mitch Rapp (Dylan O’Brien) e perché voglia far fuori una cellula terroristica che gli ha ucciso la ragazza. Se in parte va lodato l’aver eliminato l’eccessivo minutaggio dedicato al background della storia, che quindi viene investito in scene più fisiche e “rocambolesche”, il rischio che si corre è quello opposto: non dare abbastanza spessore al protagonista.

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Nel giro dei venti minuti successivi lo vediamo ingaggiato dalla CIA, buttato nel mezzo di un’organizzazione segreta con a capo il veterano Hurley (Michael Keaton) e poi spedito nella sua prima missione. Qui inizia finalmente l’azione e la serie di conseguenze che poi porteranno allo snodarsi del resto della trama. Se per Michael Keaton può funzionare la totale assenza di background e perfino di una sceneggiatura di rilievo (i grugniti sembrano essere l’unica cosa che gli sceneggiatori gli abbiano concesso, insieme alle occhiate truci), non si può dire lo stesso per il protagonista.

Dylan O’Brien emerge come attore, nella sua bravura di adattarsi ad un ruolo particolarmente fisico e brutale, un ruolo che richiede molta più concentrazione e allenamento di quelli fino ad ora interpretati. Vince tuttavia la sfida con una prestazione lodevole ma non viene di certo aiutato dalla sceneggiatura scialba che, purtroppo, da più risalto alla sua nemesi (Taylor Kitsch) che non a lui.

Tanti stereotipi e poche novità per un film patriottico

american assassin

Gli stereotipi dei personaggi, dal maestro burbero che allena con durezza le proprie reclute all’ex allievo in cerca di vendetta, ci sono tutti. Prima Keaton e O’Brien vorrebbero uccidersi, poi tra i due nasce una relazione più simile a quella tra padre e figlio, portando lo stesso Mitch a cercare di salvarlo in barba agli ordini della CIA. Ben delineate le motivazioni (folli) di Ronnie e anche i russi e gli iraniani (sempre loro sono!) con le bombe e alla costante ricerca di un conflitto non si distaccano molto da quello che Hollywood ha ormai capito di poter vendere facilmente.

Il vero problema è che, malgrado gli stereotipi possano ben associarsi con un action movie come American Assassin, sono gli imprevisti a renderli indimenticabili. Non basta dire che il patriottismo è la ruota motrice degli eventi o che il passato è quello che ha resto Mitch pronto ad uccidere qualsiasi terrorista gli capiti a tiro. Serviva di più. Poi stava a Cuesta capire se il di più fosse da ricercarsi nei dialoghi, nella mobilità delle scene (piuttosto statiche persino per un film d’azione) o in una banalissima storia d’amore – che, vi dirò, non avrebbe guastato affatto. Anche se lei fosse morta nel giro di qualche minuto come la prima fidanzata.

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Un film che si prende troppo sul serio e ci perde

Poco lusinghiero è dunque il responso per American Assassin che, almeno alla prima occhiata, già sembrava proiettato verso una sequenza di film. Un proposito che, ahimè, pare difficile date queste premesse. Un film che si lascia guardare, intrattiene, scorre come in un album di fotografie aree geografiche e città diverse (quale film di spionaggio non lo fa?) ma che non raggiunge il suo obiettivo, quello di stupire oltre il già visto e di intrigare nonostante il già visto. Resta un mostro di Frankenstein che unisce pezzi di film diversi ma che non arriva mai ad avere una propria anima.

Certo, Michael Keaton e Dylan O’Brien sono piacevoli da guardare e anche Taylor Kirtsh non scherza, ma se avessi voluto una sfilza di begli attori che “fanno cose” avrei guardato Avengers. Almeno lì ci sono gli alieni!

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