Cinema

All Eyez On Me: la recensione del film su Tupac Shakur

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Titolo: All Eyez On Me

Genere: biografico

Anno: 2017

Durata: 137 minuti

Regia: Benny Boom

Sceneggiatura: Jeremy Haft, Eddie Gonzalez, Steven Bagatourian

Cast principale: Demetrius Shipp Jr., Kat Graham, Lauren Cohan, Hill Harper, Danai Gurira

Un biopic su Tupac Shakur era in cantiere da almeno cinque-sei anni. Se n’è sentito parlare molto, ma per i fan non c’era nessuna notizia certa a cui appigliarsi. Bisognava solo aspettare.

Questo settembre 2017 l’attesa è finita, e ciò che in tanti attendevano con trepidazione è arrivato sul grande schermo: All Eyez On Me, che ruba il nome al titolo del quarto album di uno degli artisti hip hop più amati al mondo, 2Pac.

Dall’esterno sembra tutto promettente. Demetrius Shipp Jr. è praticamente la manna caduta dal cielo per il casting, perché è esattamente identico al defunto rapper, fa davvero impressione. Il regista Benny Boom, nonostante abbia alle spalle solamente un paio di film d’azione, ha diretto molti video musicali, dunque si parla di uno del mestiere. In più la pellicola è di oltre due ore.

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Cosa può andare storto

Ebbene, All Eyez On Me comincia e lascia ben sperare, aprendosi su una scalinata gremita di giornalisti che si stringono intorno ad una figura di donna nera, vestita di pelle, che risponde fiera alle domande che le vengono poste. Con la mano si tiene il pancione e dichiara di aver vinto in tribunale ed aver meritato la libertà, ma adesso dovrà lottare per il suo bambino. Quella lì è la madre di Tupac, appena uscita di prigione in cui è finita per fare parte del Black Panther Party.

L’infanzia del piccolo sarà difficile, tra la madre che cadrà nell’abisso dell’eroina e il padre che verrà arrestato per essere un rivoluzionario, sono solamente lui e la sorella contro il mondo, a fare gli adulti già da piccoli.

Dall’East Harlem, a Baltimore, finendo nella scintillante Las Vegas, la vita di Tupac Shakur è fatta di esperienze intense e diversi livelli di ingiustizie, criminalità e violenza, che prova tutti sulla sua pelle.

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Ma in mezzo a tutto questo c’è anche il successo, e soprattutto la musica

La fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90 è stato un momento cruciale per l’hip hop, e Tupac si trovava decisamente nel posto giusto. O sarebbe meglio dire che quel pezzo d’America è diventato il posto giusto proprio perché c’era lui.

Crescendo nei peggiori quartieri di New York e nei gironi infernali della fama di Los Angeles, Tupac ha dovuto imparare molto in fretta ad avere sempre una pistola con sé, e a non fidarsi di nessuno.

Finisce in prigione più di una volta, e proprio da una prigione il film ci viene raccontato. Un giornalista va a trovare l’artista per intervistarlo, per capire quello che ci chiediamo tutti noi guardando la pellicola: Chi è Tupac?

La cornice del racconto autobiografico, di Tupac che spiega Tupac, è però l’unico spiraglio di luce dell’intero lungometraggio. Il solo momento del film in cui si tenta di dare una interpretazione su quello che Shakur ha tentato di fare con la sua musica, con le sue parole.

Il resto di All Eyez On Me purtroppo si perde in scene ultrasoniche, in cui l’azione avviene ad alta velocità, senza che venga spiegato allo spettatore cosa stia succedendo.

Al contrario, forse, di molte persone che hanno guardato o guarderanno il film, io non sapevo quasi niente di Tupac Shakur, e ciò che volevo era uscire dalla sala sapendo cosa ha reso il rapper una leggenda, per quale motivo milioni di fan di tutte le nazionalità, età e credenze religiose e politiche, venerano Tupac come se fosse stato Dio in terra, o almeno Gesù Cristo (con tanto di ipotesi di resurrezione).

Con mia grande delusione, però, dopo più di due ore di film dedicate a questo interessante e complesso personaggio, non ho avuto nessuna risposta.

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Il film preferisce regalare tre, quattro, cinque interi minuti ad una performance dell’artista, mostrando il suo successo patinato in tutto il suo splendore, infilando qua e là qualche scena violenta per far vedere la cruda realtà in cui Tupac viveva, da cui non si sarebbe mai potuto liberare.

Invece di spiegare i meccanismi di un sistema marcio e corrotto dalla criminalità, dal pericolo a cui ogni rapper andava incontro in quel periodo in certi quartieri californiani, invece di gettare una luce sulla figura del rapper gangster che ha segnato un’epoca e dato vita ad un genere musicale.

All Eyez On Me dà per scontato che il telespettatore sappia già tutte queste cose, e quello che vuole vedere è un’incredibile gemello di Tupac cantare a squarciagola sopra un palco, senza maglietta, applaudito da una folla di fan in visibilio.

A differenza di Straight Outta Compton che è riuscito a restituire un’immagine veritiera ed accurata della scena musicale californiana, dell’importanza dei testi di quelle canzoni, della forza di quel tipo di musica e della crudeltà di quello stile di vita, rendendo gli artisti che ne hanno fatto parte dei protagonisti di cui vorresti sapere di più, di cui sei felice di aver scoperto la storia, grazie ad una regia intelligente e ad uno stile chiaro e diretto.

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All Eyez On Me, si perde nel fascino delle performance

Invece di sfruttare la brillante interpretazione di Demetrius Shipp Jr. (qui nel suo primo importante ruolo sul grande schermo), appiattisce tutto sotto il peso di qualche video musicale di troppo, evitando di curare i dialoghi che invece di dire qualcosa, era meglio non dicessero nulla, e svilisce un fiero Tupac Shakur, che ha modo di spiegarsi solamente dalla sua celletta grazie a quel giornalista, l’unico interessato a sapere cos’avesse quel ragazzo da dire.

Tupac Shakur muore a soli 25 anni, ed il suo omicidio rimane ancora un caso irrisolto. Ha venduto oltre 75 milioni di dischi in tutto il mondo, è considerato uno degli artisti best-selling di tutti i tempi, ed uno dei rapper più importanti che ci siano mai stati.

Di sicuro aveva molto da dire, e c’è molto da sapere su di lui, ma se siete curiosi, non contate troppo su questo film.

Alla tenera età di vent’anni Tupac Shakur sapeva già chi era e cosa voleva, ed era pronto a dichiarare con innata sicurezza che lui avrebbe cambiato il mondo e i posteri lo avrebbero ricordato per sempre.

Aveva ragione, su questo non c’è dubbio.

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