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Alias Grace: Quando le Donne si ribellano – Recensione prima stagione

Alias Grace
Netflix

Alias Grace è un romanzo del 1996 scritto da Margaret Atwood ed è la seconda opera di questa autrice ad essere adattata per il piccolo schermo nel 2017. Un dovere, una moda, una scia commerciale, comunque tale passione per il lavoro della scrittrice venga interpretata, le serie tv tratte dai suoi lavori hanno indubbiamente in comune un altissimo livello globale, ed un tratto distintivo unico, quello di dare voce all’animo femminile.

Nei giorni che stiamo vivendo in cui, in maniera fin troppo teatrale, viene messo in piazza il modo in cui molti uomini potenti dello spettacolo si sono approfittati di donne più fragili e meno consapevoli, Alias Grace sembra essere stata creata a tavolino da Netflix per cavalcare l’onda del fenomeno. Naturalmente non è così, la serie, prodotta dal canale canadese CBC e in onda dal 25 settembre è stata distribuita globalmente dal servizio di streaming come era successo con Anne e con altri prodotti “locali”, resta il fatto che i dialoghi e la storia creata dalla Atwood, pur essendo ambientati nel passato risuonano più attuali che mai.

UN GIALLO AMBIGUO E NON SEMPRE SEMPLICE

Alias Grace

La storia di Grace Marks, immigrata irlandese divenuta cameriera nelle case dei coloni americani, è raccontata a ritroso, seguendo la tecnica del narratore interno che accompagna lentamente il dispiegarsi degli eventi. Dopo essere stata imprigionata per omicidio Grace diviene oggetto di attenzione e studio di alcuni dottori tra cui Simon Jordan, al quale la protagonista inizia a raccontare, settimanalmente il suo passato avvicinandosi episodio dopo episodio ai fatti macabri per cui sta scontando la pena. L’intera serie, come un film di Alfred Hitchcock resta sempre in bilico tra il voler credere a Grace e cedere al suo fascino oppure cercare di capire come si sono svolti realmente i fatti. Come le protagoniste del maestro del crimine, che mascherano con la fargilità una fine mente criminale, allo stesso modo il personaggio della Atwood strega lo spettatore fino alla fine dei sei episodi, lasciando con uno strano stato di amarezza. 

La serie diretta da Mary Harron (American Psycho) presenta numerosi pregi in particolare nella cura minuziosa dei dettagli della ricostruzione storica, dei costumi e dell’estetica. Come successo con Anne la limpidezza dei colori e la vastità naturale dei paesaggi offrono una cornice perfetta per la messa in scena.In Alias Grace non è da meno il cast in cui oltre alla protagonista Sarah Gadon, risaltano le performance di Zachary Levi e Anna Paquin, capaci entrambi nonostante le poche scene di delineare magistralmente i loro personaggi. I dialoghi sono iconici in particolare i monologhi interiori di Grace, che restano scolpiti nella mente di chi guarda per la totale lontananza dal personaggio che appare, resta infatti un po’ dubbio come una semplice ragazza con nessuna istruzione possa essere capace di determinate tipologie di ragionamento e proprietà di linguaggio, ma per il bene dell’atmosfera e della tensione narrativa è possibile soprassedere. Una regia sinuosa e morbida abbraccia il racconto che diviene ogni episodio più rigido e stretto, passando dal semplice period drama al vero e proprio giallo alla “Marnie”.

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I DIFETTI DI UN PERIOD DRAMA QUASI PERFETTO

Alias Grace

Nonostante avessimo già visto una storia simile a quella di Grace nel penultimo episodio di American Gods quest’anno, Alias Grace è intrigante e attraente e grazie allo strano connubio tra criminologia e merletto risulta una serie tv unica e nuova. Così come la tecnica del quilting (patchwork) in cui viene composta un’immagine tramite l’unione di vari pezzi di stoffa, Alias Grace cerca di delineare la figura della sua protagonista unendo più voci oltre la sua, ma la narrazione continua alla lunga può risultare pesante e per alcuni tipi di spettatori fin troppo presuntuosa. Inoltre la scelta dell’autrice di voler inserire un piccolo accenno di paranormale, con la questione dell’impossessamento toglie un po’ alla forza della voce di Grace. Una donna che ha subito violenza da parte del genere maschile da quando è nata, che è dovuta emigrare, adattarsi ad una nuova vita da sola, in cui ogni maschio che incontrava era solo interessato a decidere per lei, in cui ha dovuto subire la sorte di molte donne del suo tempo, avrebbe potuto tranquillamente essere “giustificata” nel suo atto di ribellione improvvisa ed anzi, sarebbe stato interessante dal punto di vista psicologico in quanto la vittima di Grace non è un uomo ma bensì una donna, disperata quanto lei. Invece la scelta della doppia personalità e di voler far credere all’impossessamento stona con l’atmosfera generale di rivalsa e denuncia della condizione femminile. Quasi come se la Atwood alla fine non abbia avuto il coraggio che Hitchcock ha di fare della sua amata protagonista un’assassina.

Alias Grace, dimostra ancora una volta quanto sia urgente e necessario il racconto delle donne, fatto da donne in tv. Siamo state tutte un po’ Grace, costrette a subire le conseguenze dell’essere nate con gli attributi diversi dai maschi, che sia l’abbordaggio aggressivo, le molestie sul tram, la retribuzione inferiore o la discriminazione in fase di assunzione, Grace Marks sorride di sbieco in ognuna di noi. Per questo motivo, come già successo con The Handmaid’s Tale, Alias Grace merita di essere vista e consigliata anche a chi non ama le serie in costume.

Grace del mondo alzate la voce.

Good Luck!

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