Cinema

A Private War: la recensione del biopic con Rosamund Pike

A private war - la recensione
IMDb

Titolo: A private war

Genere: biografico

Anno: 2018

Durata: 1h 50m

Regia: Matthew Heineman

Sceneggiatura: Arash Amel

Cast principale: Rosamund Pike, Jamie Dorman, Tom Hollander, Stanley Tucci

È solo un caso che un film come A private war arrivi nelle sale proprio quando molto si discute dell’importanza capitale di un giornalismo che racconti la notizia per quel che è, senza piegarla all’interpretazione che più piacerebbe ascoltare al pubblico a cui ci si vuole rivolgere o alla parte politica che si vuole compiacere.  Ma è un caso utile perché mostra come essere fedeli alla verità e solo a quella è non solo doveroso, ma anche sempre possibile. Fino alle estreme conseguenze se necessario.

A private war - la recensione
La storia vera di chi raccontava solo il vero

Protagonista di A private warè la giornalista statunitense Marie Colvin che, come corrispondente del britannico Sunday Times, seguì sul campo i conflitti in varie parti del mondo. Seguire su una mappa geografica i suoi spostamenti negli anni equivale a scrivere l’elenco delle regioni funestate da guerre civili e sanguinose rivolte: Cecenia, Zimbabwe, Sri Lanka, Timor Est, ma soprattutto i paesi della primavera araba e il Medio Oriente di Iraq e Siria. Una carriera costellata di successi professionali (giornalista dell’anno nel 2000; corrispondente estero dell’anno nel 2001, 2009, 2012), ma di pesanti prezzi personali (come la perdita della vista nel 2001 per una granata a Timor Est). Fino alla morte ad Homs a causa di un attacco da parte dell’esercito siriano.

Basato sull’articolo quasi omonimo Marie Colvin’s private war pubblicato da Marie Brenner su Vanity Fair nel 2012,  A private war non nasconde il suo intento didattico volendo fare di Marie Colvin un esempio da manuale di cosa significhi consacrare sé stessi alla lodevole missione di vedere in prima persona ciò che gli altri hanno paura anche solo a guardare da rassicurante distanza. Marie non si nasconde dietro il comodo paravento della sicurezza personale che pure potrebbe invocare in zone dove persino i militari di professione hanno timore ad avventurarsi. Né si accontenta di raccogliere i racconti di chi al fronte c’è stato aspettando che da quelle zone si sia allontanato per ripararsi sotto l’ombrello della stampa salottiera. Al contrario, Marie fa dell’essere presente la sua prima e più inviolabile regola, imponendosi di essere gli occhi di chi è rimasto lontano e la voce di chi non può farsi ascoltare perché le sue parole sono coperte dal fragore delle bombe.

A private war è da questo punto di vista una lezione importante per chi crede che la stampa sia solo quella che comodamente si schiera pro o contro un qualche partito o gruppo di potere o di opinione. Una finestra che si apre su ciò che significa davvero essere giornalisti: semplicemente dire la verità. Quale essa sia, quale ne sia il costo.

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A private war - la recensione
Raccontarla per vivere

A private war non vuole essere comunque solo questo. Non a caso, il titolo del film associa al vocabolo war l’aggettivo private. Perché la guerra che Marie racconta ai suoi lettori e agli spettatori è quella che i suoi occhi vedono e che le immagini del fidato Paul immortalano. Ma parallelamente ad essa infuria altrettanto pericolosa quella che Marie deve affrontare contro sé stessa. Contro lo stress post traumatico che popola le sue notti agitate di incubi sempre più feroci. Contro il senso di colpa di chi sa che comunque ha una casa e amici a cui tornare mentre chi resta non sa neanche se avrà un domani. Contro la consapevolezza di essere una pedina mossa da altri per fini meno nobili di quelli che si vogliono far credere.

Ed anche contro la sua stessa ossessione di partire sempre e comunque verso la prossima sfida, il prossimo pericolo, la prossima partita a scacchi con la morte, la prossima missione ai limiti del suicidio.  La Marie Colvin che emerge da A private war è una personalità quasi borderline che del suo lavoro ha fatto quasi una ossessione malata. Un modo per non dover affrontare i fallimenti matrimoniali ed avere una valida scusa per non impegnarsi a fondo in nuove relazioni sentimentali. Esemplare in questo senso è il rapporto con il capo della redazione esteri del giornale accusato da Marie di sfruttarla, ma al tempo stesso da lei ferocemente avversato quando pensa di mandare qualcun altro invece che lei in Siria.

Capovolgendo il titolo del romanzo di Gabriel Garcia Marquez, per Marie non si tratta di vivere per raccontarla, ma piuttosto di raccontarla per vivere. Perché è solo quando si trova a raccontare le guerre del mondo che Marie riesce a mettere in pausa le guerre dentro di lei.

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A private war - la recensione

Restare a metà del guado

Con A private war Matthew Heineman si cimenta per la prima volta alla regia di un lungometraggio di fantasia dopo aver guadagnato premi e lodi della critica per il suo lavoro come documentarista. Ma la transizione da documentarista a regista appare ancora incompleta. La sua macchina da presa si muove con la sicurezza navigata di un capitano che ha visto mille rotte, ma al tempo stesso non si accorge che i mari in cui sta navigando ora sono nettamente differenti. Pertanto, la sua opera risulta piuttosto piatta rendendo la navigazione confortevole ma al tempo stesso lineare e monotona. Un tranquillo scorrere da un porto all’altro senza però che il viaggio offra qualcosa da ricordare.

Non aiuta in questo neanche la sceneggiatura che si limita ad elencare i posti in cui Marie è stata, saltando da uno all’altro senza mostrare come ogni esperienza influisca sul carattere della protagonista. Né ci si può accontentare di affidare questi passaggi agli incubi notturni o alle sbronze di una Marie che fatica ad elaborare le conseguenze dei troppi lutti a cui deve assistere. Anche da questo punto di vista, quindi, il film resta a metà del guado tenendosi fedele ad una scrittura documentaristica, ma dimenticando che non è un documentario quello che si vuole mettere in scena.

A pagarne le conseguenze è anche Rosamund Pike la cui performance dovrebbe sostenere il film. Per quanto intensa e partecipe, tuttavia la sua rappresentazione di Marie risulta a tratti troppo carica, rischiando di sforare quasi nel macchiettistico. Anche perché la povertà di idee degli autori costringono la Pike ad interpretare scene troppo simili tra loro finendo per togliere pathos a quel che si vorrebbe comunicare. Non è il talento a mancare, quindi, ma l’occasione di dosarlo.

A private war finisce per essere, quindi, una opportunità sprecata. C’era un buon personaggio a cui fare riferimento e un’attrice pronta a candidarsi per l’Oscar. Ma viene a mancare tutto il resto dando alla fine un totale a somma troppo bassa per guadagnarsi anche solo una benevola sufficienza.

A private war – la recensione
  • Regia e fotografia
  • Sceneggiatura
  • Recitazione
  • Coinvolgimento emotivo
2.5

Giudizio complessivo

Un biopic che sarebbe potuto essere importante ma che si perde in eccessi e mancanze diventando un’occasione sprecata

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