American Horror Story

American Horror Story: Cult, tra prevedibilità e paura – Recensione episodio 7.01

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La settima stagione di American Horror Story è iniziata e sebbene le prostettive sembrino migliori della precedente, gli anni e la scarsità di idee si fanno pesantemente sentire.

DOVE ERAVAMO RIMASTI.

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Quando sei uno degli sceneggiatori più pagati e prolifici del palinsesto televisivo americano non sempre è facile riuscire a restare in vetta. Ryan Murphy lo sa bene, iniziando da Glee, passando per The New Normal e American Crime e finendo con il recente Feud ha sempre scritto e prodotto serie con un buon concept iniziale ma che poi si sono sgretolate man mano che gli episodi andavano avanti, e resta un mistero come mai ancora non sia passato al cinema visto il successo di The Normal Heart.

American Horror Story ha avuto un innegabile effetto sulla TV degli ultimi dieci anni, in particolare per essere stata una delle prime serie antologiche e per aver riportato in TV Jessica Lange. Inutile negare però che dopo Asylum qualcosa si è rotto, le trame e i personaggi sono diventati ripetitivi fino a Hotel e Roanoke in cui si susseguivano solo una serie di immagini d’impatto a caso.

Siccome in TV, finché c’è rinnovo c’è speranza FX e Murphy continuano a volerci provare ogni anno, cercando idee nuove, ma soprattutto “furbe”. Ed è così che inizia Cult, una settima stagione che vedrà l’assenza del sovrannaturale e una delle performance migliori di Evan Peters (che dovrà interpretare sette personaggi). Ma oltre a questo pare, già fin da questo primo episodio, destinata a sprofondare in un’enorme poltiglia di “già visti” e lamenti di Sarah Paulson.

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COSA FUNZIONA E COSA NO.

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L’idea molto scaltra di ambientare la stagione nella Chicago post elezione di Trump, può servire agli ascolti o ai trend topic su Twitter, ma oltre a creare gif da repostare serve a qualcosa? No. L’idea di riciclare i clown, twisty, e il tema della paura non ha senso, American Horror Story, tratta del timore dalla prima stagione c’era bisogno dell’ennesimo personaggio con problemi mentali che ha allucinazioni sessuali malate? No. L’unica parte interessante della trama e per ora poco sviluppata è quella che da il titolo alla serie, ossia il culto. Evan Peters interpreta Kai, un giovane ragazzo che manipola la mente di una giovane adepta e crede nella paura come collante sociale, e le scene dove lui è presente sono l’unica cosa che salva il pilot dalla completa insufficienza.

Il culto, la setta, la devozione spietata sono tematiche anche queste già sfiorate da American Horror Story (pensiamo a Covenant), ma l’approfondimento di fenomeni quali quelli di Charles Manson potrebbero essere vincenti se affrontati nel modo giusto. Invece Murphy sembra nuovamente dalla voglia di strafare, di inserire troppi temi, troppi personaggi, troppi cattivi, e finisce con un inizio di stagione disorganico e confuso. Promossa la parte di Kai, bocciata la trama delle paure psicologiche della Paulson (che faranno la fine degli alieni in Asylum) e bocciato il tentativo di sostituire al fattore sovrannaturale con lo psicologico.

Se American Horror Story deve essere nuovamente un insieme di citazioni cinematografiche e di cronaca nera, e in questo caso anche una mezza retrospettiva, che si perde per voler affrontare troppi “temi importanti” allora firmiamo una petizione e chiediamo alla FX di chiuderla qua. Se invece la parte di Kai e della riflessione sul culto risulterà centrale, allora forse potremmo avere una stagione al pari della prima. Tocca silenziosamente aspettare, e sperare, e non attaccarsi solo al talento di Peters.

Angolo della Vipera:

–          Murphy Jon il rosso lo hanno già preso anni fa…cosa sono questi hit gratuiti.

–          Pensavo che accedere al dark web fosse più difficile che battere a caso sulla tastiera.

–          Per la prima volta vi sfido a desiderare di essere nati in America.

–          Ma Oliver Queen lo sa dove è finito red arrow?

 

Good Luck!

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