Game of Thrones - Il Trono di Spade

Game of Thrones: l’addio a cui non eravamo pronti. Recensione dell’episodio 7.06

kit harrington game of thrones
HBO

Nell’antica Grecia e antica Roma ogni genere letterario aveva un proprio metro (o ritmo) ben specifico. L’Iliade era recitata in esametri dattilici, le tragedie sofoclee ed euripidee in trimetri giambici. Ciascun metro attribuiva uno specifico metodo di lettura all’opera, mettendone così in evidenza i pregi e fornendo al pubblico un’opera stilisticamente il più perfetta possibile. L’episodio 7.06 di Game of Thrones, Beyond The Wall, trova il suo ritmo perfetto e, come ogni pre-finale di stagione che si rispetti, impacchetta alla perfezione emozioni, battaglie e dialoghi.

I magnifici Sette di Game of Thrones al di là della Barriera

beric dondarrion mastino game of thrones

Avevamo lasciato i Magnifici Sette in marcia verso il nord. Con un espediente quasi scontato che grida “vittima sacrificale”, gli uomini che effettivamente ritroviamo al di là della Barriera sono ben 12, di cui 5 già sappiamo destinati a morti cruente e totalmente prive di significato. Lasciar andare un gruppo ben nutrito quale quello guidato da Jon avrebbe potuto essere il momento perfetto per sacrificare, tra lacrime e lamenti, qualche personaggio principale. La morte di Thoros, per quanto lacrimevole, non ha lo stesso impatto che avrebbe avuto la dipartita del Mastino, di Tormund o di Jon Snow.

Mantenendo ben fissa la macchina da presa sul Nord, l’episodio indaga prima di tutto nei legami e nei rapporti, di odio o di amicizia, che legano questo gruppo eterogeneo ma compatto. Se da un lato c’è una reunion quasi atipica di Jorah e Thoros, che confessa di aver attaccato Pyke soltanto perché ubriaco all’ammiratore recentemente guarito, dall’altro c’è la ben più intensa (e gradevole) discussione tra il Mastino e Tormund, che parlano di Brienne quasi come se fosse il premio di qualche sagra medievale. Sarebbe stato heartbreaking non veder mai decollare questa ship ed è ironico che, proprio mentre Tormund è sulla via del ritorno verso Winterfell, Brienne sia sulla via per King’s Landing. Amanti dal destino avverso?

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La puntata tira chiaramente il freno a mano, dopo episodi ricchi e pieni di eventi, per concentrarsi con più attenzione sui personaggi che muovono le fila del Nord – in modo diretto o meno. Mentre la spedizione al di là della Barriera si focalizza su Jon e ancora una volta sulle sue doti da generale, i restanti fragmenti sono interamente al femminile, prima incentrati su Daenerys e in seguito su Sansa e Arya.

Dialogo scattante tra Tyrion e Daenerys che ricorda unapartita a tennis

emilia clarke game of thrones

Era da tempo che non assistevamo ad un dialogo botta-e-risposta che ci facesse quasi alzare dalla sedia. Il pregio del segnale di STOP di questo pre-finale è proprio quello di concedere aria a dialoghi che potevano, in alternativa, spegnersi prima che la fiamma potesse realmente illuminare la stanza. Daenerys e Tyrion hanno un confronto che stavamo aspettando fin dall’episodio quattro, in cui lei aveva bruciato non soltanto buona parte dell’esercito dei Lannister ma, andando contro il consiglio del suo Primo Cavaliere, anche Lord Tarly e Tarly Jr. Per pochi minuti sembra quasi di seguire una partita di tennis, il fiato sospeso e le battute una più sagace della precedente. Si torna a quei momenti in cui la sceneggiatura di Game of Thrones era davvero brillante, anche se in questa stagione quei momenti sono stati (purtroppo) carenti.

Tyrion consiglia a Daenerys di non andare, le consiglia di mettere la testa davanti al suo cuore. Ma è di Daenerys che siamo parlando (ed è di salvare Jon Snow che siamo parlando) quindi giù dalla scogliera e dritti al di là della Barriera. Grazie a Gendry, naturalmente, che nel giro di un solo episodio è passato da armaiolo a velocista. Che stia per essere soprannominato Flash di Westeros? In fondo, dopo tutti quei meme sul remare per tre stagioni, dobbiamo pur trovare un modo per prenderlo nuovamente in giro, no?

Conflitto tra sorelle e il pugnale che torna (ancora una volta) in scena

Anche se mai in maniera tanto crudele quanto Arya prende in giro sua sorella Sansa. È quasi buffo pensare al modo austero e testardo in cui Sansa continua ad alzare la cresta e ripetere “sono la Lady di Winterfell” a chiunque le capiti a tiro. Buffo quasi quanto il suo ritenere di aver superato più avversità della sorella Arya. Quello che tuttavia scopre ben presto la Lady di Winterfell è che sua sorella non è innocua come potrebbe pensare e nemmeno le centinaia di uomini al suo comando potrebbero difenderla se Arya decidesse di sbarazzarsi di lei. Con un’ostinazione che probabilmente le salva la vita, Sansa si rifiuta di rispondere alle domande di Arya e tiene testa alla sorella, anche se è Arya a guardarla dall’alto in basso – benchè la sua altezza sia considerevolmente minore.

Arya minaccia la sorella semplicemente con delle informazioni basiche del suo passato. Non avrà sposato un Lannister e poi un Bolton ma è stata in grado di sopravvivere non solo Westeros ma anche Braavos, è stata in grado di uccidere un’avversaria temibile e recuperare la sua vista – il tutto mentre uccideva ad uno ad uno gli uomini della sua fantomatica Lista. E’ questo e molto di più che i suoi occhi le dicono quando, con un gesto semplice quanto il suo sorriso di ironia, Arya consegna il pugnale di Ditocorto alla sorella. Un pugnale che ora è stato passato da Bran ad Arya a Sansa. E’ evidente che il suo scopo non è solo quello di sprecare minutaggio e non possiamo fare a meno di chiederci quale sarà il suo ruolo o, più semplicemente, a chi toglierà la vita? Forse proprio a Ditocorto?

La Battaglia contro la Morte, primo e ultimo nemico

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Questo episodio non è tuttavia di Ditocorto, né di Sansa né di Arya. È di Jon ancora una volta a confronto con gli Estranei. La battaglia che vede i Magnifici Sette (nove?) al centro del lago ghiacciato ricorda per molti aspetti la Battaglia dei Bastardi. Ci sono delle inquadrature che ancora una volta guardano Jon di spalle, gli Estranei che circondano l’isolotto proprio come avevano fatto gli uomini di Ramsey prima di essere spazzati via dai cavalieri della Valle. È una battaglia giostrata ancora una volta in maniera eccellente, che concede il dovuto spazio al silenzio della lotta, al versetto stridulo del violino e, sopra ogni cosa, all’intervento di Dany e dei suoi draghi.

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Prima dell’arrivo di Daenerys Jon scambia uno sguardo con ciascuno dei suoi compagni, uno sguardo che senza parole dice grazie e addio: grazie per avermi seguito in questa missione suicida e addio, perché di certo non c’è modo di uscirne vivi. Invece non solo ne escono vivi (tutti, guarda un po’) ma è proprio Jon a sacrificarsi – ancora una volta – perché tutti siano salvi. Tutti eccetto l’unica creatura di cui Jon Snow non pensava di doversi preoccupare: uno dei draghi della khaleesi.

La morte di Rhaegal (dai colori sembrava lui, ma avrebbe potuto anche essere Viserion) è stata un colpo duro da digerire e di certo uno che non ci aspettavamo. Le teste del drago erano sempre state tre ed è stato uno straziante colpo al cuore udire il lamento di Rhaegal mentre cadeva in picchiata, perdendo cascate di sangue, prima di affogare nelle acque straniere, sotto gli occhi increduli della madre e dei lamenti dei suoi due fratelli. È quello stesso lamento di Viserion che sentiamo – quasi fosse il canto della Fenice in seguito alla morte di Silente – mentre Daenerys aspetta speranzosa sulla Barriera il ritorno di un compagno che ha visto cadere.

Scintille tra ghiaccio e fuoco e un episodio meraviglioso

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Le scintille tra Jon e Daenerys non mancano, certamente, come non manca il petto nudo di Kit Harrington mentre è in evidente stato di atrofizzazione per assideramento. Gli autori ci hanno confermato la loro evidente ammirazione con sguardi e parole e viaggi in caverne dai disegni strani, ma nulla grida “ship” come Jon Snow che chiama Daenerys sua regina mentre è in un letto mere ore dopo essere quasi morto annegato in un lago e mangiato dagli Estranei. Ci sarebbe anche la questione zio Benjen, finalmente morto sul serio, da affrontare ma il suo contributo è stato talmente fuoriluogo e “casereccio” che preferisco lasciar stare.

La morte – come dice anche Berric Dondarrion – è il primo e l’ultimo nemico da sconfiggere. Questo episodio, malgrado il proprio ritmo perfetto, lotta contro una morte puramente materiale (l’Esercito degli Estranei) e non quella effettiva. Muore Thoros, muore Rhaegal – ora al servizio del Night King – ma quasi tutti i beneamini che avevamo temuto di salutare resistono e sopravvivono. Una scelta troppo ottimistica o, più semplicemente, la profezia di una carneficina nel finale di stagione? Del resto, le teste del Drago non sono tre ma due, adesso. Che sia il momento di considerare la morte di uno tra Daenerys, Jon o Tyrion, solitamente associati con le tre teste del Drago? Speriamo di no!

Ciò non di meno è un episodio che ha tanto della perfezione di Game of Thrones a cui siamo abituati e che ci piace guardare.

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