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The War – Il Pianeta delle Scimmie: quando la guerra è dentro chi combatte. La recensione

The War - Il pianeta delle scimmie
IMDb

Titolo: The War – Il Pianeta delle Scimmie (titolo originale: War for the Planet of the Apes)

Genere: fantascienza, azione, dramma

Anno: 2017

Durata: 2h 20m

Regia: Matt Reeves

Sceneggiatura: Mark Bomback, Matt Reeves

Cast principale: Andy Serkis, Woody Harrelson, Amiah Miller, Steve Zahn, Karin Koroval, Terry Notary, Ty Olsson

“A cattivo principio cattiva fine” scriveva lo storico romano Tito Livio nel proemio della sua opera Ab urbe condita. Una frase icastica dal tono profetico per indicare che raramente (se non mai) ciò che inizia male può avere una lieta conclusione. Un monito spesso inascoltato, che potrebbe eletto come sintesi estrema di quella che è stata la storia raccontata nella trilogia de Il pianeta delle Scimmie di cui questo War è il capitolo finale. Di solo parte della storia, tuttavia, e cioè di quella parte che riguarda l’umanità che, peccando di superbia nel voler sfidare la natura creando scimmie super intelligenti, vede qui raccogliere il frutto avvelenato di quel seme marcio lasciando infine che il titolo della trilogia si compia. Un pianeta delle scimmie ossia di loro proprietà e non più un pianeta con le scimmie dove uomini e primati convivono.

Pianeta delle Scimmie - War

La guerra del titolo e la guerra del film

War è il sostantivo che viene associato al nome della trilogia per definire questo terzo capitolo. E Guerra è ciò che maggiormente viene mostrato in un trailer che, a conti fatti, potrebbe quasi essere accusato di essere beffardamente bugiardo. Ma la visione del film basta a convincersi quanto questo presunto inganno sia un prezzo minimo da pagare, per comprendere in quanti modi si possa declinare il significato di un vocabolo, di cui troppo semplicisticamente si da una sola interpretazione.

Guerra è il conflitto armato tra due gruppi organizzati, secondo quanto comunemente si ritiene di sapere. Scimmie contro umani in feroci battaglie dove la potenza tecnologica delle armi dei secondi si scontra con la forza selvaggia delle prime. Questo ci si potrebbe aspettare di vedere e questo Matt Reeves, regista confermato dopo il secondo capitolo, fornisce agli spettatori in una scena iniziale che basta a incasellare la sua opera nel genere war movie. Uno scontro cruento e spettacolare, sottolineato da una fotografia livida che restituisce la violenza della morte che equanime falcia entrambi gli schieramenti. Ma che è anche solo un prologo a quella che è la vera guerra che il film vuole raccontare.

Una guerra che non è quella tra umani e scimmie. Ma tra umani e umani e tra scimmie e scimmie. Tra ciò in cui razionalmente si crede e ciò che emotivamente si è spinti a fare. Tra i principi che si vogliono comunicare e le azioni contrarie che si è costretti a compiere. Tra la bestialità a cui si vuole rinunciare e quella a cui si deve ricorrere. A vivere questa vera guerra è soprattutto Cesare, il leader delle scimmie che è uno dei personaggi più ricchi di sfumature e complessità che il cinema degli ultimi anni abbia portato in scena. Magistralmente interpretato da un Andy Serkis, a cui diventa sempre più ingiusto non tributare il meritato riconoscimento con la ormai puerile scusa che il suo volto è mascherato da una motion capture che restituisce al dettaglio ogni espressione del viso, Cesare predica insistentemente la pace, crede nella convivenza tra due specie che possono non darsi fastidio, professa una fede incondizionata nella comunione tra scimmie. Ma sarà proprio Cesare a portare alla fine una guerra che non ha iniziato: lui a causare l’atto finale che segnerà l’estinzione della specie umana, lui a comportarsi spesso come quel Koba che aveva spezzato il fronte comune delle scimmie. Una guerra da cui Cesare uscirà vincitore e sconfitto perché per salvare il suo popolo ha dovuto a lungo tradire ogni suo principio lasciando che la sua bestialità dimenticata prendesse a tratti il sopravvento sulla sua nuova umanità. Come un novello Mosè, Cesare dovrà essere la guida che accompagna il suo popolo verso una  terra promessa e come il liberatore degli Ebrei toccherà a lui spezzare le ultime catene che quel sogno vogliono far affondare.

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Pianeta delle Scimmie - War

La fine dell’umanità prima della fine del genere umano

Il Pianeta delle Scimmie è un titolo che può permettersi di essere quasi uno spoiler, perché la trilogia iniziata nel 2011 è un reboot del classico indimenticabile del 1968. Fin dall’inizio è quindi chiaro chi vincerà la guerra e quale specie sarà destinata a soccombere definitivamente. Anche il finale, pur essendo forse fin troppo ad hoc, rimane coerente con il messaggio dell’opera originaria fornendo un’ideale perchè all’urlo disperato di Charlton Heston.

Ma il film di Reeves fa, in realtà, qualcosa di molto più profondo. Non è il genere umano a finire, ma l’umanità stessa. Non l’uomo inteso come specie vivente, ma l’umanità intesa come quell’insieme di caratteri e pensieri che hanno sempre distinto l’essere umano dandogli un posto particolare nel regno animale. Che cosa resta di umano nel Colonnello interpretato da un convincente Woody Harrelson che modella il suo personaggio sull’esempio del Kurtz di Apocalypse Now? Cosa c’è di umano nella sua freddezza crudele e nei suoi discorsi fanatici privi di ogni empatia e follemente razionali? Quale umanità resta nelle urla animalesche dei soldati invasati che ogni mattina attendono in fila la benedizione del loro sanguinario messia? C’è ancora qualcosa di umano in chi non riesce a fermarsi neanche di fronte alla gratitudine che si dovrebbe provare verso chi ti ha salvato la vita? Cosa a che fare con l’umanità la follia insensata di chi erige muri per separarsi dai suoi stessi simili (ed ogni riferimento alla realtà di questi giorni è tutt’altro che casuale e non voluto)?

Il Pianeta delle Scimmie – The War diventa allora un’opera che sfrutta l’alto budget e le dispendiose risorse di una produzione hollywoodiana per costruire una storia solida e visivamente impressionante, ma che soprattutto non è uno sterile intrattenere quanto piuttosto un modo efficace di comunicare un messaggio profondo. Si sarebbe potuti arrivare ad una fine diversa? O semplicemente era inevitabile perché l’umanità prima ancora che il genere umano si era ormai già estinta? E non è questo un monito che travalica le barriere rassicuranti della finzione per approdare nella inquieta realtà che viviamo oggi come a ricordarci che ciò che non potrebbe essere (un pianeta di scimmie) potrebbe comunque essere in un modo diverso ma ancor più drammatico (la perdita del senso stesso di umanità)?

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Pianeta delle Scimmie - War

Un mondo nuovo per rinascere

Paradossalmente una risposta positiva e carica di speranza a queste domande arriva dall’unico personaggio che riesce ad essere ponte tra i due contendenti, ma che per fare questo deve dare un significato diverso a quel perdere la propria umanità per salvare l’umanità che il Colonnello ripeteva nei trailer. La tenera e muta Nova rappresenta quella purezza quasi angelica, quell’innocenza indifesa, quel candore incolpevole che solo può unire due poli opposti cancellando ogni diffidenza con la semplicità di uno sguardo o la delicatezza di un gesto. Un essere che non appartiene né al presente di una specie morente né al passato di una nascente e che per questo diventa il simbolo immacolato di un futuro che si può finalmente costruire senza il carico di colpe e incomprensioni. A dare corpo a questa speranza è la quasi debuttante Amiah Miller che sa fare della sua fisicità esile e dei suoi occhi espressivi il modo migliore per comunicare ciò che le parole non saprebbero spiegare.

L’ultimo capitolo della trilogia del Pianeta delle Scimmie si arricchisce di messaggi importanti e li veicola con una regia intelligente che sa rendere omaggi espliciti ai classici del genere. Così la camminata dei soldati nella giungla riecheggia Platoon a cui si ispira anche per le scritte sugli elmetti; il Cesare che passa tra le sue truppe deferenti è il Massimo Decimo Meridio del Gladiatore; le scene in campo aperto hanno il profumo arioso dei migliori western. Matt Reeves sa come gestire gli ingenti mezzi a sua disposizione e soprattutto sa dare anima ad una motion capture che non diventa più tecnologia per stupire, ma strumento per fare cinema nel suo più intimo significato.

Il Pianeta delle Scimmie – War chiude in maniera ottimale una trilogia nata come banale operazione commerciale, dettata dal successo che usualmente accompagna i prequel, ma che ha saputo trasformarsi in contenitore extralusso di messaggi niente affatto superficiali. E lo fa coniugando la magia delle più moderne tecnologie con la saggezza delle più antiche domande. Quando un film ad alto budget riesce ad essere contemporaneamente spettacolo e riflessione, è allora che perde l’etichetta di blockbuster per guadagnarsi il nome di cinema.

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