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La serie tv su Shakespeare di cui si poteva fare a meno. Will, recensione degli episodi 1.01 e 1.02

will tnt

Il mondo è bello perchè è vario. È una frase di circostanza, certo, ma che ci ritroviamo a ripetere spesso e volentieri per destreggiarci in situazioni scomode o, perfino, senza vie d’uscita. Perché è vero che il mondo è vario, proprio come è vario il mondo delle serie tv, ma la moda di produrre serie tv in costume che siano delle mere caricature di un racconto di per se anche interessante sta spopolando fin troppo, per i miei gusti.

Will, che si propone come la serie tv sulla vita di Shakespeare a partire dal suo arrivo a Londra, non è la serie tv che uno scrittore come Will Shakespeare merita. Con questo non escludo che la serie presenti, a tratti, degli elementi interessanti e forse persino progressisti, che tentano – seppur debolmente – di interpretare la modernità di uno scrittore come Shakespeare attraverso una modernità atemporale di costumi e situazioni. Risulta tuttavia impossibile godersi le due ore degli episodi iniziali, che alternano momenti scialbi e piatti a situazioni ai limiti di una commedia da circo.

Una nuova finestra sulla vita (e la carriera) di William Shakespeare

william shakespeare will

Un elemento che senz’altro si fa apprezzare – nei primissimi minuti – è l’inquadramento familiare dello scrittore di Stratford. Si tende spesso a concentrarsi sulla smisurata qualità dei drammi di uno scrittore come Shakespeare e sulla sua carriera alla corte di Elisabetta I finendo con il lasciarsi alle spalle quello che, in realtà, resta un elemento fondamentale del suo background. Un elemento che, con altrettanta maestria, viene gettato alle ortiche nell’esatto momento in cui sua moglie diventa l’ostacolo alla sua storia d’amore con la figlia di James Burbage, Alice.

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Inizialmente non sfugge nemmeno l’analogia con una tecnica già sfruttata da Merlin o da Smallville, quella dunque di introdurre un eroe adulto (Merlino o Clark Kent) nelle vesti di un ragazzo ancora inesperto ed immaturo. Lo stesso accade con il Will di Laurie Davidson, presentato come un giovane Dorian Gray alla scoperta dei peccati del circo teatrale di Londra. Lo stesso si può dire per il Richard Burbage di Mattias Inwood o per il Christopher Marlowe di Jamie Campbell Bower.

La trama, che procede a singhiozzo in questo sipario iniziale, lascia comunque spazio ai personaggi, che vengono introdotti a raffica basandosi sulla conoscenza che lo spettatore dovrebbe avere della storia e del circolo Shakesperiano. Qualche volta questo funziona, qualche altra un po’ meno, ahimè.

La politica, la religione e l’amore: chi era Will Shakespeare?

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Quello che la serie tv tenta di portare alla luce, anche se con evidente sforzo, è poi una brodaglia di miti e credenze circa la vita di Shakespeare che nemmeno gli studiosi più devoti sono riusciti a ricondurre alla realtà. Da una parte c’è la religione e l’ipotesi secondo cui Will Shakespeare e la sua famiglia fossero cattolici. La serie tv non si propone tuttavia di rispondere alla domanda della religione di Shakespeare né di capire se fosse effettivamente una scintilla per la fiamma dei suoi capolavori. Usa la religione come pretesto per unire i personaggi di Will e Marlowe, dando così vita ad un’improbabile ship artistico-letteraria (?).

Si arriva così alla domanda numero due: Will Shakespeare era gay? Si, no, forse. Alcune teorie propendono per una risposta affermativa, altri ritengono che abbia avuto amanti donne in gran quantità. Al di là dell’evidente chimica tra gli attori Bower e Davidson, introdurre ben due ship nel giro di pochissimo tempo, per giunta senza una forte base, sembra un rischio troppo grande anche per una serie tv così fantasiosae sgangherata come questa.

Infine si apre anche uno spiraglio sulla politica che ha catturato e motivato le opere teatrali di Shakespeare. Parliamo comunque di una Londra in un periodo pieno di sospetto e incertezza che ben si sposa con il tono della serie tv. Una su tre tematiche ben piazzate non è poi così male, no?

I costumi (aka cosa vedono i miei occhi?) ed i cosplayer di David Bowie

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Al di là degli evidenti buchi di trama e di una sceneggiatura decisamente troppo altalenante, nonché di una fotografia passabile ma non eccelsa, arriviamo a quello che più mi ha turbato nel guardare Will: i costumi. Mentre a tratti sembra che la costumista abbia deciso di organizzare un raduno dei cosplayer di David Bowie (dagli outfit ai gioielli al trucco), in altri  momenti sembra che abbia pescato a caso dal cesto della caritas in chiesa. Si salvano (a malapena) Marlowe e Will, ma solo perché optano per un total black a cui poco si può recriminare.

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Già Da Vinci’s Demons aveva provato (con successo) a trasformare Leonardo Da Vinci in una figura meno “barba canuta” e più “divo rock” del Rinascimento. Il successo di quel tipo di approccio era stato mantenere, almeno in parte, i materiali dell’epoca e optare, ove possibile, per una fedeltà storica resa più frizzante da qualche anacronismo. Stavolta invece il caos è tale da chiedersi, qualche volta, se non sia il circo di Moira Orfei questo e non una serie tv della TNT.

C’era bisogno di rendere i personaggi talmente atemporali e talmente irrealistici? C’era bisogno di fornire un ulteriore spunto per sottolineare l’originalità di una serie tv che, ormai è evidente, ha puntato in tutto e per tutto su una trasposizione il meno fedele possibile al tempo ed al luogo in cui è ambientata? La risposta (la mia, almeno) è decisamente no.

Si salva, dunque, il poeta di Romeo e Giulietta interpretato da Laurie Davidson

L’inevitabile giudizio di questo incipit non può che essere negativo. Tutto salta agli occhi per un’appariscenza esagerata, di cattivo gusto, un trash che sa di disattenzione piuttosto che di presa in giro e che, suo malgrado, non riesce a tenere incollato allo schermo lo spettatore. Le ambientazioni sono poco delineate, i dialoghi (eccezion fatta per le citazioni dirette alle opere di Shakespeare) poco sentiti e i costumi… un disastro su tutta la linea.

Si salvano soltanto Laurie Davidson e una cerchia ristretta di attori, che sembrano dedicare completamente la loro bravura ai ruoli che gli sono stati affidati e che cercano di far brillare con tutte le loro forze. Sicuramente prevalgono le figure del protagonista e di Christopher Marlowe, con un Jamie Campbell Bower che tenta, ancora una volta, dopo il fallimento di Camelot, di immergersi in una serie tv dallo sfondo storico.

Will non funziona, ahimè, e la piccola perla trash che speravo di trovare non è stata altro che una sofferenza di due ore la cui fine non vedevo l’ora di raggiungere. E’ tanto complesso, tanto difficile produrre una serie tv storica di un certo spessore? Non mi sembra.

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