13 Reasons Why

Quando la TV vuole far pensare: cinque nuove serie da recuperare

serie tv-The Handmaid’s Tale
IMDb

Il 2017 televisivo ha da poco passato il metaforico giro di boa con il season finale di molte serie che hanno caratterizzato la prima metà di questo anno. Una stagione che ha visto il felice debutto di molte serie nuove accomunate non solo dal successo ottenuto (a volte molto oltre le più rosee aspettative), ma anche dalla precisa volontà di affrontare tematiche che poco hanno a che vedere con l’intrattenimento leggero e spensierato che ci si potrebbe attendere leggendo i numeri con l’occhio italico avvezzo a buona parte della fiction nostrana. Una TV che sembra aver deciso di recuperare una funzione non pedagogica, ma quasi maieutica: non insegna cosa pensare, ma vuole che sia lo spettatore a non spegnere il cervello ma piuttosto ad usarlo per discutere di argomenti delicati. Compito lodevole che merita di essere premiato con il nostro invito a recuperare cinque di queste novità qualora (colpevolmente) ve le foste perse.

Tredici

1. 13 Reasons Why e il bullismo

Forse, solo vivendo in un atollo isolato dal mondo e privo di qualunque connessione con il resto degli esseri umani, potreste non aver sentito parlare di questa serie. Rilasciata da Netflix il 31 Marzo, i 13 episodi sono diventati nel tempo di poche settimane il fenomeno televisivo dell’anno se giudicato sulla base di un puro rapporto costi/ricavi. Merito dell’intelligente eppure onnipresente marketing di Netflix? No. Perché la rete streaming ha solo cavalcato abilmente l’onda inarrestabile di un passaparola che ha attraversato trasversalmente il mondo degli adolescenti e quello degli adulti riuscendo ad imprimersi in maniera indelebile in chiunque avesse seguito l’odissea di Hannah Baker. Perché 13 Reasons Why parla di un argomento che troppo spesso appare sui quotidiani e nei notiziari quando è ormai listato a lutto. Perchè 13 Reasons Why parla di bullismo e lo fa nel modo più difficile e immediato, più ovvio e inascoltato, più crudo e sincero. Lo fa usando il linguaggio di quegli adolescenti che ne sono vittima ogni giorno. E lo racconta a quegli adulti che non sono capaci di comprenderlo. Senza nulla tacere. Senza nulla nascondere. Senza nulla edulcorare. Un viaggio faticoso da portare a termine, ma necessario per iniziare anche solo a parlare davvero di quel che è, e non solo pontificare di quel che si pensa che sia.

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2. The Handmaid’s Tale e la condizione delle donne

Non c’è bisogno di aggiungersi alla lunga lista di chi sottolinea quanto drammatico sia il problema del femminicidio che allunga quotidianamente l’elenco delle sue vittime. Ma neanche ci si può sempre illudere che basti credere nella parità dei diritti per uomini e donne per vederla realizzata. Si potrebbe star qui a snocciolare cifre rubandole alle tante indagini statistiche che dimostrano con sicurezza algebrica quanto essere uomo o donna conti in qualunque ambito lavorativo (in termini di salari) e sociale (come modo di essere giudicati). O si potrebbe abbandonarsi ad un tutt’altro che sterile e se. E se non facessimo nulla cosa accadrebbe? E se lasciassimo che gli estremismi che dichiarano blasfema ogni parità fossero incontrastati? E se una minoranza apparentemente irrisoria sfruttasse la sua fanatica determinazione per farsi tirannide fanatica?

Domande a cui da una risposta The Handmaid’s Tale, la serie tratta dal romanzo omonimo di Margaret Atwood e rilasciata da Hulu questo Aprile. In un futuro distopico dove la maggior parte della popolazione mondiale è diventata sterile, gli Stati Uniti sono stati vittima di un colpo di stato che ha creato la Repubblica di Gilead retta da una teocrazia che propone una lettura testuale della Bibbia per giustificare la schiavitù in cui sono ridotte le poche donne non sterili. Un ritratto efferato di una società dove la donna è solo un oggetto per compiacere il potente di turno, una incubatrice da cambiare quando non è più utile, uno strumento da passare a qualcun altro quando si è finito di usarlo. Una società dove anche amare una persona del tuo stesso sesso è un crimine da condannare al pubblico ludibrio e dove esprimere il proprio dissenso significa essere nemici del supposto bene comune. Una distopia irrealizzabile di una scrittrice con troppa fantasia o un futuro possibile di un presente con troppi problemi sottovalutati?

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3. American Gods e il significato della religione

Neil Gaiman e Bryan Fuller. Bastava accoppiare questi due nomi per essere sicuri che una serie scritta dal secondo adattando un romanzo cult del primo sarebbe stata qualcosa di memorabile. Ma bisognava vederla per accorgersi di essere stati persino troppo pessimisti. Perché American Gods non è solo il miglior adattamento che si potesse fare del pluripremiato libro dello scrittore e fumettista britannico. E nemmeno è solo stilisticamente il ritorno delle atmosfere oniriche e del barocco sanguinolento del creatore della mai troppo rimpianta Hannibal.

Il lungo prologo che è stato la prima stagione della serie mandata in onda da Showtime è stato anche e soprattutto una riflessione acuta sul senso della religione e sul desiderio di credere. Definita sprezzantemente l’oppio dei popoli, la religione appare in American Gods quello che è: una necessità ineluttabile dell’uomo che non vuole limitarsi al qui e ora, che cerca il coraggio di affrontare le sue paure fidandosi di un aiuto che prima o poi arriverà, che cerca il conforto indispensabile per fare il prossimo passo quando è stanco per il troppo cammino. Una umanità devota che non ha ancora compreso il proprio potere divino di creare e dare vita a quegli stessi dei a cui si sottomette, ignara di quanto siano loro ad aver bisogno della fede degli uomini per poter vivere. Uno spiritualismo che segue il percorso inverso partendo dalla terra per arrivare alle stelle che affollano cieli diversi a seconda di quale sia il popolo che li guarda. Un memento che con forza sottolinea anche la ricchezza della diversità rispondendo in maniera intelligente a chi vede pericoli nell’immigrazione.

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4. Legion e la ricchezza di una mente malata

Se c’è un genere che in questi anni ha visto una vera e propria esplosione sia sul piccolo che sul grande schermo, questo è sicuramente quello con protagonisti supereroi di ogni tipo. Se c’è un autore che sa essere intelligente senza annoiare, questo è sicuramente Noah Hawley (e le tre stagioni di Fargo sono un più che valido biglietto da visita). Unite queste due certezze ed il risultato sarà una ulteriore certezza: Legion. A differenziare la serie dai tanti titoli dello stesso genere e a farne un qualcosa di nettamente diverso è il suo protagonista David Haller, un trentenne tormentato da visioni e voci nella testa e da sempre dentro e fuori ospedali psichiatrici per tenere a bada la sua schizofrenia. Solo che le voci e le visioni non sono parti insani di una malattia mentale, ma manifestazioni incontrollate di superpoteri immensi.

O forse David è davvero anche pazzo? Hawley riesce a far dimenticare questa domanda portando lo spettatore ad immergersi nel mondo stralunato del suo protagonista trasformando una malattia mentale in un labirinto onirico dove perdersi può essere affascinante o spaventoso, ammaliante o raccapricciante, eroico o vigliacco. A impreziosire il tutto anche il coraggio di scelte registiche inusuali (tra scene senza sonoro e riedizioni del cinema muto), ma soprattutto l’eccelsa qualità attoriale di Dan Stevens e Rachel Keller e la rivelazione del talento di Aubrey Plaza.

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5. Genius e l’uomo dietro il mito

Si scrive genio e si legge Albert Einstein. Ma questa identificazione ormai iconica ha il difetto capitale di far dimenticare una banale eppure taciuta verità: Albert Einstein era un uomo. E come tale poteva sbagliare; poteva capire in ritardo i mutamenti del mondo intorno a lui; poteva essere un pessimo marito che inventava una filosofia di comodo per giustificare i suoi ripetuti tradimenti; poteva sfuggire vigliaccamente alle sue responsabilità verso l’ex moglie; poteva atteggiarsi a personaggio mediatico ante litteram. Ed era stato anche lui giovane ed irrequieto, incompreso e insofferente, ribelle e impacciato, troppo sicuro del suo valore e timido nel mostrare affetto, geniale e stupido. Pur scadendo talvolta in un eccessivo romanzare, Genius ha il pregio di mostrare come anche un mito moderno sia stato prima di tutto un uomo comune. Un punto di vista intelligente che segna il debutto nell’agone seriale del National Geographic con una serie antologica la cui seconda stagione sarà dedicata a Pablo Picasso.

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