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Grantchester: James Norton e la crisi di vocazione – Recensione terza stagione

Grantchester

Grantchester ha abituato il suo pubblico in questi tre anni ad avere a che fare con personaggi politicamente scorretti. Il prete che sembra più guidato dalle pulsioni dei sensi che da seguire i dettami biblici; un poliziotto con l’eccessivo vizio del bere e un rapporto fin troppo brusco con tutti colleghi e sospettati; una donna profondamente religiosa ma chiusa nei suoi castelli di convinzioni e etichette; una giovane ragazza che sposa per ripicca un uomo che non ama e lo lascia ancora incinta di suo figlio; e infine una periferia inglese che nonostante sia quella degli anni 50, assomiglia fin troppo a quella italiana contemporanea. Questo ha sempre dato alla serie un alone di veridicità e possibilità di immedesimarsi per lo spettatore, il problema sta però quando la trama sposta l’attenzione dalla mera caratterizzazione alla forzatura.

ESAGERAZIONE DEL TORMENTO INTERIORE.

La terza stagione di Grantchester non ha nessun caso di quelli che vengono risolti nei sei episodi che risulti interessante e quanto meno ben strutturato. La sensazione è quella che gli sceneggiatori abbiano voluto mettere da parte il fattore mistery per concentrarsi sulle vicende personali di Jordie e Sidney, con riguardo in particolare all’aspetto sentimentale. Tale fatto comporta una eccessiva ripetitività della trama e dei meccanismi per tutta la stagione e una stanchezza dello spettatore che ha sempre visto Grantchester per il giusto equilibrio tra il mistery e l’umano. Il duo Sidney Amanda è macerato da meccanismi che si ripetono dalla prima stagione e la crisi di vocazione del povero vicario inglese non è certo nuova, così come il risultato con cui si chiude fin troppo scontato. La decisione invece di portare Geordie sulla strada del tradimento appare una forzatura e non sembra credibile che un personaggio con un così grande senso della giustizia possa tradire la moglie dopo la malattia della figlia e il trauma da essere quasi morto, oltretutto il decidere di omettere l’inizio di questa storia di infedeltà spiazza e non fa comprendere le ragioni di tale scelta.

DOVE SONO I TEMPI DELLA PRIMA STAGIONE?

Voler creare personaggi credibili e moderni non può voler dire stravolgere il contesto storico in cui ambienti la vicenda, non può voler dire pigiare l’acceleratore sul fattore “tormento interiore” a caso. Naturalmente la critica alla chiesa, i dialoghi tra Sidney e il Vescovo sono molto interessanti e sottolineano la linea dura degli sceneggiatori nei confronti delle istituzioni ecclesiastiche, ma lo stesso risultato poteva essere intrapreso con altre vie, come era stato con il caso del pastore pedofilo nella scorsa stagione. Granthcester deve essere una serie simile alla colonna sonora jazz meravigliosa che la caratterizza e che in questa terza stagione scompare. Deve saper mischiare ritmo, spensieratezza e una dose di malinconia senza rinunciare a testi profondi. La decisione di voler strafare e poi chiudere le linee narrative in un nulla di fatto non è vincente e allontana i fan fedeli alla serie.

In caso di rinnovo, che non è certo, è necessario recuperare l’equilibrio della prima stagione, il suo ritmo, la sua spensieratezza e i casi complessi e difficili che l’avevano caratterizzata. Se la volontà invece è quella di portare avanti trame ormai sfilacciate e putride è forse meglio sperare che la serie si chiuda qui, anche sappiamo bene che James Norton mancherà a tutte.

Un bilancio infine non del tutto positivo per quanto riguarda questa terza stagione, che ha il pregio di eliminare (forse) il personaggio di Amanda e di approfondire quello di Leonard (vero eroe della stagione), lasciandoci però con  l’amaro in bocca per l’occasione sprecata di vedere un buon giallo sul piccolo schermo.

Avete visto Grantchester? Vi è piaciuta? Fatecelo sapere in un commento!

Good Luck!

 

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