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Outcast: la fusione che non arriva mai. Recensione della seconda stagione

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La prima stagione di Outcast, per quanto avesse presentato degli elementi interessanti, aveva poco entusiasmato. Spesso lenta, a volte un po’ sconclusionata, si era premurata di svelare davvero poco di quelle che inizialmente erano state presentate come delle possessioni demoniache, tanto che neppure il season finale era riuscito a fare chiarezza o ad offrire allo spettatore qualche misera risposta. Fa meglio questa seconda stagione? Sicuramente sì, soprattutto nella sua parte centrale con tanta azione e scene impressionanti, ma anche questa volta la trama non riesce davvero a spiccare il volo tornando a pasticciarsi con fin troppi elementi.

Un inizio preoccupante, una parte centrale solida e un finale confusionario

Diciamocelo, il primo episodio di questa stagione non aveva creato moltissime aspettative. Metteva in mostra esattamente quegli stessi elementi che avevano reso la prima stagione poco incisiva e riportava i personaggi al punto di partenza, senza indicare la direzione che avrebbero potuto percorrere. Per fortuna quel primo episodio è stato solo una falsa partenza e negli episodi successivi la serie ha aumentato il passo mettendo i protagonisti in reale pericolo e dando la netta impressione che fossimo prossimi a capirci davvero qualcosa. Il momento migliore della stagione è stato proprio quello che ha riunito insieme tutti i protagonisti che per troppo tempo avevano girovagato separati. Sembrava proprio che gli sceneggiatori si fossero decisi a mettere da parte le crisi personali e fossero pronti a metterli insieme sulla strada verso una decisa resistenza contro gli invasori e invece… proprio quando la storia doveva continuare a correre verso il confronto finale, i protagonisti sono tornati a dividersi in un susseguirsi di fughe e rapimenti scomposti (Megan e Holly vincono il premio vagabonde dell’anno), risultanti in multiple trame che hanno rotto il ritmo e ci hanno portato ad un finale un po’ frettoloso e non del tutto soddisfacente.

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Aaron MacCready e la sua irritante inutilità

La parte dedicata alla storia di Aaron è un po’ emblematica di quello che ancora non ha propriamente funzionato in questa stagione. Credo si possa tutti concordare sul fatto che Aaron meriti il trofeo del personaggio più insopportabile di questa stagione telefilmica. Stupido, spocchioso, cattivo solo per il gusto di esserlo, ha forse avuto come unico ruolo quello di dirci qualcosa di più sul personaggio di Sidney, piuttosto che dimostrare una vera utilità narrativa. Lo abbiamo curato da bruciature orribili, lo abbiamo visto fare a fette la sua povera madre e compiere con sfacciataggine le più peggio cose, solo per poi essere tolto di mezzo a sua volta, come se lo stesso Sidney si fosse rotto di averlo tra i piedi. Quale è stata quindi la sua utilità a livello narrativo? E perchè non farlo, per lo meno, eliminare in modo liberatorio da uno dei protagonisti? Semplicemente gli sceneggiatori hanno staccato la spina ad un personaggio che non sapevano più come muovere (stessa fine ha fatto Blake). Non ho trovato straordinaria neanche l’idea di eliminare Sidney a pochi episodi della fine, presentando un concilio degli invasori (subito sterminato) di cui non sospettavamo nulla, per poi passare lo scettro del potere al povero Dottor Park, salvo mostrare che sopra di lui c’è un potere ancora superiore e cioè l’adorabile coppietta che aspetta chissà cosa dando party nella sua super villa. Con Sidney gli sceneggiatori hanno eliminato un vero nemico carismatico senza riuscire a sostituirlo con una figura altrettanto valida.

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Barnes Senior un Daddy Winchester all’acqua di rose

Impossibile non fare un confronto tra il padre di Kyle e il padre dei fratelli Winchester di Supernatural. Stesso tipo di figura, stessa storia famigliare e pure la scelta dell’attore non sembra essere stata fatta a caso. Ma quanto a carisma il personaggio di Simon Barnes ha molto da invidiare. Thomas Howell non è certo JD Morgan, ma anche la sua figura di padre tormentato, introdotta un po’ frettolosamente a pochissimi episodi dalla fine, non riesce ad incidere emotivamente con il risultato che il personaggio risulta un po’ fastidioso e per nulla affascinante, tanto che il suo gesto finale un po’ sorprende, ma manca di quell’impatto che avrebbe potuto avere. Un’occasione mancata insomma.

Quindi niente possessioni

Alla fine almeno una cosa l’abbiamo capita, le possessioni demoniache non c’entravano affatto. Alieni forse? Abitanti di un’altra dimensione in fuga da un mondo devastato? Gli ospiti neri altro non volevano che una nuova casa, e magari dei corpi che non si decomponessero.
La figura di Kyle e degli altri “fari” resta invece ancora misteriosa. Si è detto che provengono dallo stesso luogo degli invasori, ma ci sono nati con quel dono/scopo o anche loro sono stati sostituiti? E se invece è una cosa che si tramanda geneticamente chi è stato il primo e da dove è iniziato il tutto? E perchè Rome è il centro del mondo? Un puro caso? E la fusione avrebbe coinvolto tutto il mondo? E dove stavano nascosti tutti quei fari che vediamo sgozzarsi nel finale? Possibile stessero tutti a Rome e Kyle non se ne fosse mai accorto? Possibile che fossero sparsi nel mondo e nessuno degli invasori avesse mai pensato di andarli a cercare? 

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Ma i dubbi non finiscono qui

Perché Kyle non ha pensato bene di farsi spiegare il piano dal suo vecchio prima di buttarcisi dentro di testa? Come faceva Rose ad avere una lista omni comprensiva di tutti i contaminati? E cosa speravano di fare il reverendo e lo sceriffo una volta che avessero raccolto metà popolazione di Rome in carcere? E’ vero che mettere insieme una sorta di piano per contrastare l’invasione sembrava essere particolarmente difficile, ma perchè non si è provato per lo meno a discuterne? E perchè lo scopo di donne e bambine è sempre quello di mettersi in fuga e di essere catturate? E potevamo forse fare a meno della solita trama del bambino messia/demone? Tanti dubbi che più che altro sembrano rivelare una certa fragilità nella mitologia del telefilm che sbandiera tanto la “fusione” e l’importanza dei “fari”, ma non si preoccupa mai di definirli con precisione, preferendo cambi di direzione a volte un po’ a casaccio.

In conclusione non si è trattato di una brutta stagione che ha avuto degli ottimi momenti a livello di ritmo e coinvolgimento emotivo, soprattutto nella parte centrale in cui sembrava che Kyle si trovasse davvero al centro del ciclone e fosse pronto a dare battaglia (per esempio quando è stato lo sceriffo ad essere posseduto), ma la storia ancora una volta non è riuscita a convincere del tutto, in special modo nel finale. Abbastanza deludente anche il percorso emotivo e spirituale del reverendo un po’ sacrificato che, in piena crisi esistenziale, trova qualcosa da fare solo nell’ultimo episodio, giusto per salvare la baracca e burattini. Peccato. Ci riproviamo al prossimo giro?

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