Cinema

Wonder Woman: il cinecomic si fa donna

wonder woman

Titolo: Wonder Woman
Genere: azione, avventura, fantasy
Anno: 2017
Durata: 141′
Sceneggiatura: Jason Fuchs
Regia: Patty Jenkins
Cast: Gal Gadot, Robin Wright, Chris Pine, David Thewlis, Connie Nielsen, Elena Anaya, Lucy Davis, Ewen Bremner, Danny Huston

William Moulton Marston era un personaggio davvero tanto eccentrico quanto poliedrico. Laureatosi in legge nel 1918, conseguì un dottorato in psicologia nel 1921 che mise a frutto per inventare una primissima versione della macchina della verità. Solo che nessuno gli credette e nessun tribunale accettò mai di usare quella sua invenzione. Le esperienze accumulate per realizzare il pioneristico prototipo del poligrafo e i contemporanei studi sulla coscienza lo convinsero che le donne fossero più oneste e affidabili degli uomini e che potessero lavorare più velocemente e con maggiore precisione. Un femminista ante litteram in un’epoca in cui il concetto di parità dei sessi era quasi una blasfema eresia. Ma Marston ne era tanto convinto da propagandare la sua teoria, sfruttando un altro medium che allora stava vivendo una infanzia dorata: il fumetto. Nasce così Wonder Woman nel 1941, che diventerà poi uno dei tre personaggi iconici della DC.

Wonder Woman

Tre atti per raccontarne le origini

Non è un caso, quindi, che Wonder Woman alias Diana Prince sia presente in Batman v Superman, che è l’inizio di quel DC Extended Universe (DCEU) che vuole essere la risposta DC al Marvel Cinematic Universe della storica rivale Marvel. Ma la principessa della Amazzoni è un personaggio troppo importante per ridurlo ad una introduzione a sorpresa in un film dedicato ad altri eroi, per cui era inevitabile e giusto che un intero film le fosse dedicato. Ed altrettanto inevitabile e giusto era che questo film ne raccontasse le origini sposando la genealogia legata alla mitologia greca, introdotta da George Perez a partire dalla seconda metà degli anni Ottanta.

Una mitologia, in verità, alquanto stiracchiata, che prende il mito delle Amazzoni per declinarlo in un poutporri dove si mischiano inedite ribellioni di Ares e magici incantesimi che permettono di spostare la terra delle guerriere invincibili dall’antica Grecia del mito al Novecento della prima guerra mondiale, senza però giustificare come e perché dopo anni di isolamento aerei e navi riescano a passare la barriera invisibile che teneva nascosta l’isola di Themyscira. Eppure, questa forzatura (che potrebbe rendere indigesta la prima parte del film a chi pretende un minimo di attenzione e coerenza filologica) ha l’indubbio pregio di offrire alla regista Patty Jenkins (già autrice di quel Monster che valse a Charlize Theron l’oscar) la giusta scusa per emendare il suo film da quella cupezza che sembrava essere il marchio di fabbrica del DCEU fin dai tempi di Man of Steel.

Quello che, infatti, colpisce subito di Wonder Woman è la fotografia che predilige colori luminosi, che rendono giustizia della bellezza naturale della patria rifugio delle Amazzoni, e che contribuisce ad esaltare anche le eleganti coreografie degli allenamenti, tra duelli simulati e battaglie cruente che si svolgono finalmente in piena luce e non più immerse in colori desaturati che fanno sembrare notte anche le ore del giorno. Certi eccessi sono comunque presenti, come l’uso a volte troppo insistito della slow motion e di acrobazie spesso fini a se stesse più che davvero utili in battaglia (se non addirittura palesemente inadatte), ma il risultato finale è tanto originale da far sembrare questo film quasi un prodotto Marvel piuttosto che DC.

Questa scelta cromatica è soprattutto coerente con lo sviluppo di una storia marcatamente divisa in tre atti ben distinti, che scrivono una sorta di romanzo di formazione dell’eroina, che dalla sua paradisiaca isola finisce per attraversare la caotica Londra dei primi anni del Novecento, prima di arrivare sul sanguinoso fronte belga dove inglesi e tedeschi si stanno fronteggiando negli ultimi scontri della Grande Guerra. Il più che giustificato incupirsi della sceneggiatura si riflette nel lento scurirsi della fotografia, il cui ritorno ai colori tipici del DCEU assume stavolta una motivazione profonda, emendandosi dal peccato originale di essere una scelta aprioristica dalla dubbia resa visiva.

Wonder Woman

Dal paradiso all’inferno per crescere

Quello che Diana compie in questo film (raccontato come fosse un unico lunghissimo flashback ispirato da una foto d’epoca che arriva alla Diana di oggi) è un classico percorso di crescita, con la protagonista che parte da una situazione idilliaca, attraversa dolorose peripezie, apprende la cruda lezione, giunge ad una nuova consapevolezza. Una struttura piuttosto lineare e non troppo innovativa ma che viene scritta con attenzione, evitando buchi di sceneggiatura e rendendo credibile la maturazione del personaggio.

Cresciuta nella convinzione della superiorità delle Amazzoni e nella semplicità di miti che dividono in maniera netta bene e male, Diana è dopotutto ancora la bambina entusiasta che spia le altre allenarsi e vuole imitarle e imparare quanto prima. Di quella bambina Diana ha soprattutto il candore innocente e la purezza cristallina di chi crede che le favole siano verità e che per sconfiggere il male basti uccidere il cattivo. Una adamantina ingenuità che le impedisce di capire i no insistiti della madre Ippolita (una determinata Connie Nielsen) e neanche di comprendere le vere ragioni della zia Antiope (interpretata da una Robin Wright aliena dagli intrighi sottili di House of Cards a favore di una più immediata fisicità). L’incontro con Steve Trevor (un Chris Pine felicemente a suo agio nella insolita parte di spalla maschile di un eroe al femminile) trascinerà Diana in un mondo non suo dove tutto sembra essere fatto apposta per cancellare ogni sua più radicata convinzione.

Sposando un realismo inusuale, il film mostra una Diana che non accetta immediatamente la nuova realtà, ma piuttosto le si oppone tenacemente. Soprattutto è intelligente la scelta di rendere protagonista di questo film non la Wonder Woman del titolo e neanche la Diana Prince che sicura si siede nel suo ufficio parigino, ma la Diana amazzone invincibile eppure tremendamente indifesa e spaventata. Perché la Diana che dai colori sgargianti della paradisiaca Themyscira arriva nel fango putrido delle trincee al fronte ha la forza sovrumana di una guerriera mitologica, ma la fragilità emotiva di una adolescente che scopre che il tempo dei giochi è finito. Eppure Diana si aggrappa con tutte le sue forze al mito di Ares crudele che corrompe la bontà innata dell’essere umana, proprio come chi si sente troppo debole per poter accettare di aver creduto in una bugia consolatoria. E come una ragazzina delusa accetta infine di crescere e diventare un splendida donna solo perché ha trovato dei nuovi principi in cui credere e su cui ricostruire una propria saldezza emotiva.

Wonder Woman

Una perla preziosa tra perle finte

Se questo bildungsroman funziona gran parte del merito va dato a Gal Gadot, la cui scelta per il ruolo di Wonder Woman era stata da più parti accolta con un malcelato scetticismo, dato lo scarno curriculum dell’ex Miss Israele e il fisico ritenuto troppo esile per interpretare una guerriera. Al contrario, la Gadot fornisce una prova eccellente che costringe anche i più critici della prima ora ad una inversione ad U, che trasforma i pregiudizi negativi in commenti positivi, al punto che è ormai quasi impossibile immaginare una scelta diversa per il ruolo. La bellezza quasi eterea della Gadot fa diventare naturale l’emergere di Diana in ogni scena, come appunto ci si aspetterebbe da una dea scesa in terra. Al tempo stesso, lo sguardo sincero e il sorriso luminoso riflettono il carattere ingenuo del suo personaggio, mentre la spontaneità delle sue reazioni di fronte alle rivelazioni inattese sono determinanti nel rendere realistico il percorso della sua eroina.

Se sono dopotutto scusabili alcuni personaggi di contorno fin troppo stereotipati (il truffatore dal cuore buono, il capo indiano taciturno e giusto, il soldato traumatizzato interpretato dall’Ewen Bremner che fa Spud in Trainspotting), va molto peggio la scelta dei villain che sono innanzitutto troppi e troppo marcatamente divisi in una struttura a livelli di difficoltà rubata ai videogiochi. Male anche la scelta dei ruoli con Elena Anaya troppo statica nel ruolo della dottoressa Maru, Danny Huston fin troppo caricaturale come Lundendorff e un Ares decisamente troppo improbabile (senza svelare il nome dell’attore per evitare fastidiosi spoiler). Un casting che fa perdere punti ad un film che già fatica a gestire uno scontro finale che diventa fracassone più che epico.

Dimenticando gli orridi precedenti di Catwoman ed Elektra, Wonder Woman può essere considerato il primo vero cinecomic al femminile. Ma insistere su questa sua peculiarità per elogiarlo sarebbe paradossalmente compiere una ingiustizia. Perché la storia di Diana è sì una storia femminista, ma soprattutto è la storia del bene che scopre il male e trova una ragione per sconfiggerlo. Ed è la storia di una principessa guerriera che sognava la pace e scoprì la vita.

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