Prison Break

Prison Break: giorni di un passato presente. Recensione quinta stagione

Wentworth Miller and Ken Tremblett in Prison Break

Prison Break è quell’amico con cui hai trascorso i migliori giorni degli anni del liceo, ma che hai perso di vista all’università perché si è trasferito. Nel frattempo hai fatto nuove conoscenze, ti sei arricchito culturalmente e hai ampliato i tuoi orizzonti. Poi un bel giorno, diciamo un annetto dopo la laurea, incontri di nuovo Prison Break. E via di ricordi e risate in onore dei vecchi tempi. Vediamoci di nuovo, ma certo, la settimana prossima sono ancora in città, poi parto tra due mesi. E quei due mesi sono un bel ritornare ai tempi spensierati del liceo. E infine, tutto finisce di nuovo. Si saluta per la seconda volta un pezzo del passato che non fa più parte del presente.

La sensazione è che a Michael Scofield sia stata ridata la vita, soltanto per poterla strapazzare nuovamente. E, in conclusione, arrivare ad un lieto fine che prima gli era stato negato. Tutto questo sotto gli occhi affamati di noi spettatori, inebriati nel poter rituffarci nelle vite di quei personaggi che avevamo visto sopravvivere a tutto otto anni fa.

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Prison Break Sara Linoln

Michael ottiene il finale che ha sempre meritato, dopo un’avventura lunga nove episodi dal ritmo forsennato e incalzante. Non è mancato certo l’intrattenimento in questa stagione, ma alcuni espedienti utilizzati in pieno stile Prison Break sono risultati un po’ datati. Anche nell’analisi del pilot di questo revival si era detto che utilizzare ancora certi escamotage un po’ retrodatati rende il tutto anacronistico. C’è stata tanta televisione dal 2009 -anno in cui Prison Break chiudeva i battenti – ad oggi, e se all’epoca il tipo di intrattenimento offerto dai fratelli Scofileld e Burrows era d’altissimo livello, per ripetersi i due avrebbero dovuto armarsi quantomeno della modernità.

Invece ci ritroviamo con una quinta stagione senza dubbio godibile, ma che sembra priva di quello spunto nuovo che poteva offrire se solo avesse prestato un po’ d’attenzione ai nuovi show in circolazione. Il marchio della serie è certamente il susseguirsi rapido e incessante degli eventi, a cui Michael deve adeguarsi correggendo di volta in volta il suo piano originario. Questo marchio è intoccabile ed è stato giusto riproporlo, ma il risultato è stato un rivedere lo stesso Prison Break, anni dopo, con una storia nuova. Niente di più, niente di meno.

Wentworth Miller and Dominic Purcell in Prison Break

La storia, appunto. Come si diceva in apertura, Michael è ancora vivo e per Lincoln e Sara, pur lavorando su due fronti diversi, ritrovarlo e salvarlo diventa la loro mission impossible. Di mezzo, una fuga da un paese in mano ai terroristi e i soliti complotti di agenzie segrete da sventare con tanto di scagnozzi armati in giacca e cravatta. Nulla di più lineare e piatto: la trama scorre via veloce con la giusta dose di colpi di scena e azione. Anche se con un lieto fine un po’ telefonato.

Alcuni personaggi sono stati un po’ strapazzati. Riportati in vita non tanto per infangarne la memoria quanto per prolungarne l’agonia. Sara, poverina, si ritrova con un marito psicopatico e T-bag invece sembra essere rispuntato solo per fare ammenda dei propri peccati passati. Whip porta una ventata di freschezza, ma anche qui, la sua fine era un po’ telefonata. Lo scontro finale tra Poseidon e Michael vale il prezzo del biglietto, ma ci sono tanti aspetti della trama principale che lasciano il tempo che trovano. Lo scontro tra Lincoln e Luca, ad esempio, oppure lo scagnozzo di Poseidon che “diventa buono” giusto in tempo per salvare la situazione.

A costo di sembrare ripetitivi, tutti questi elementi che a primo impatto possono sembrare negativi sono caratteristiche anche del primo Prison Break. Come tali vanno accettati, in quanto stile della serie e anche apprezzati. Quello da condannare è il non essere riusciti a fare di più. Il risultato è una storia godibile e mai noiosa, ma che emoziona a tratti lo spettatore. Certo, poteva andare molto peggio. Meglio così, e chissà che non ne sentiremo di nuove da Michael e company.

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