Cinema

War Machine: Netflix e Brad Pitt vanno in guerra

War Machine
Netflix

Titolo: War Machine

Genere: dramedy, biografico

Anno: 2017

Durata: 122min

Regia: David Michod

Sceneggiatura: David Michod

Cast principale:  Brad Pitt, Alan Ruck, Ben Kingsley, Tilda Swinton

Quando l’11 Settembre 2001 le Torri Gemelle crollarono, colpite dagli aerei dirottati dagli attentatori suicidi di Al Qaeda, fu subito chiaro che i lunghi anni di pace duratura erano terminati e che nuove guerre si sarebbero affacciate nei notiziari quotidiani. Che gli Stati Uniti avrebbero invaso l’Afghanistan per debellare la rete di Osama Bin Laden e i suoi alleati talebani era facilmente pronosticabile, come altrettanto poco sorprendente fu la successiva guerra in Iraq. Ma che otto anni dopo, in quel 2009 in cui si svolgono gli eventi di War Machine, la guerra che doveva essere vinta rapidamente non avesse ancora portato alcuna pace era probabilmente un incubo ricorrente che nessuna gerarchia militare o politica a stelle e strisce avrebbe creduto possibile veder diventare realtà.

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War MachineUn uomo buono con le idee sbagliate

Come si vince una guerra che è stata già vinta ma che non è ancora finita? È a questa domanda apparentemente contraddittoria che è chiamato a dare una risposta soddisfacente il generale Glen McMahon. Eroe della guerra in Iraq dove si è distinto per aver stanato e ucciso il feroce Al Zarqawi (ideatore dei video di ostaggi decapitati in diretta), circondato dall’aurea leggendaria fatta di aneddoti e soprannomi che accompagna i vincenti, amato dai soldati semplici per il suo schierarsi sempre al loro fianco anteponendo i loro bisogni a quelli della politica, il generale interpretato da Brad Pitt arriva in Afghanistan con il compito di porre fine ad una situazione difficile che da troppo tempo si prolunga. La guerra è stata vinta perché innegabilmente gli Stati Uniti controllano gran parte del territorio e il regime talebano non è più al comando rintanandosi nella remota provincia di Helmand. Ma la guerra non è stata vinta perché ancora troppi sono i soldati falcidiati in uno stillicidio di micro attentati, che rendono insicura la vita quotidiana dei civili e impossibile il ritiro delle truppe della coalizione.

A districare questa matassa, resa ancora più intricata dalle ambiguità di una politica a cui interessa solo ottenere il risultato meglio spendibile in campagna elettorale, viene mandato un generale che è probabilmente la persona meno adatta. Perché Glen è un uomo profondamente impregnato di concetti troppo semplici, che sono drammaticamente inadatti a confrontarsi con una realtà che rifiuta di farsi classificare in categorie nette. Per Glen una guerra o è vinta o è persa; i civili o sono con noi o sono contro di noi; i nemici sono chiari e visibili e vanno sconfitti senza se e senza ma; i piani di battaglia o funzionano o non sono stati elaborati bene; gli alleati o ci aiutano o non sono dalla nostra parte.

Invece, nell’Afghanistan in cui Glen arriva con tutta la sua prorompente sicumera, niente è come lui vorrebbe. Perché, come prova ad ammonirlo il navigato ambasciatore americano, tutto ciò che si poteva vincere è stato vinto ed ora si possono solo raccogliere i cocci di quello che si è rotto provando ad andarsene via fingendo di credere che sia tutto a posto. Perché i nemici non indossano alcuna uniforme e nemmeno combattono secondo linee chiare, ma possono nascondersi nella stessa casa con chi vorrebbe aiutarti. Perché i civili possono anche credere sinceramente che non vuoi fare loro del male, ma sanno che tutto è momentaneo e le cose torneranno come erano un attimo dopo che te ne sarai andato. Perché puoi disegnare il migliore schieramento di forze in campo e mettere in atto la migliore strategia bellica, ma tutto crollerà un secondo dopo perché un soldato stressato da anni di situazioni impossibili da gestire lancerà una granata ammazzando un bambino innocente. Perché chi dovrebbe supportarti deve prima rispondere alla sua opinione pubblica e quindi i soldati che hai chiesto arriveranno ma solo con la promessa che non faranno niente o che sono lì per andare via.

War MachineUna critica amara della politica americana

War Machine è tratto dal libro – inchiesta The Operators, scritto da Michael Hastings, giornalista di Rolling Stone, che ha potuto seguire da vicino il lavoro di Stanley A. McChrystal, comandante delle forze NATO in Afghanistan dal 15 Giugno 2009 al 23 Giugno 2010. Fu proprio l’articolo scritto da Hastings in cui il generale e il suo staff criticavano aspramente l’operato dell’amministrazione Obama a decretare la rimozione del generale. Ma, sia il libro che il film di David Michod, non intendono schierarsi dalla parte del rimpianto presidente USA e neanche vogliono omaggiare la figura di McChrystal. Quello che, invece, appare abbastanza chiaro è l’intento manifesto di criticare in maniera netta l’idea stessa che ha mosso la politica americana (da Bush fino allo stesso Obama) in questi anni. L’ideologia che vede gli Stati Uniti ergersi a giudici supremi che sanno cosa è bene e cosa è male per ogni paese e che si arrogano il diritto quindi di procedere a realizzare la propria idea imponendola a prescindere dalle condizioni peculiari di ogni nazione.

Senza entrare nel merito di una questione su cui ognuno è libero di avere le sue idee, va sottolineato che ciò che il film fa è proporre questa critica scegliendo il mezzo di una ironia bislacca e di una satira sopra le righe. Nessuno sembra salvarsi da questo trattamento che finisce per mettere in ridicolo tutti i protagonisti. In primis, ovviamente, il generale McMahon che Brad Pitt interpreta donandogli una goffaggine macchiettistica fatta di espressioni sempre al limite del caricaturale, sguardi assenti di chi fatica a capire cosa sta vedendo, discorsi pronunciati con l’enfasi eccessiva di chi vuole recitare una parte, un modo di correre rigido che ne ridicolizza la marzialità, incapacità di relazionarsi con chi non sia un militare (al punto che l’unico momento di intimità con la moglie decide di passarlo portando la consorte nello stesso pub dove il suo staff sta facendo baldoria). Un personaggio che appare indubbiamente troppo marcato, ma i cui eccessi sono probabilmente voluti proprio per privare di qualsiasi credibilità le sue idee estreme.

Ma non va certamente meglio al resto dei personaggi tra cui emergono inevitabilmente il presidente Hamid Karzai interpretato da Ben Kingsley e l’ambasciatore Pat McKinnon di Alan Ruck. Il primo viene dipinto come un imbelle pupazzo messo lì solo per fingere una indipendenza che non esiste, ma soprattutto come una persona consapevole del suo ruolo e dopotutto disposta ad accettarla con noncurante condiscendenza e distratta benevolenza. Il secondo diventa, invece, la quintessenza nefasta di una politica viscida che vive di intrighi sotterranei e parole non dette, di bugie illusorie e verità amare, di dispetti compiaciuti e cattiverie gratuite. Karzai e McKinnon diventano l’altro lato di una medaglia che finisce per non avere nessuna faccia buona tra militari incapaci e politici disinteressati.

War Machine

Un film imperfetto e incostante

Se questi sono i meriti di War Machine, troppo lunga è la lista dei difetti per poter far pendere decisamente la bilancia del giudizio dal lato di una promozione a pieni voti. Al film di David Michod non sono le idee a mancare, ma è il modo in cui vengono esposte ad essere troppo confusionario. La pellicola alterna, quindi, i toni leggeri della farsa buffa (quando in scena sono, ad esempio, i variopinti membri dello staff di McMahon) a quelli più seriosi dei drammi personali (con i dubbi irrisolti del sergente Ortega e del caporale Cole). Cambia spesso registro passando da dialoghi vagamente comici (come quelli tra McMahon e Karzai) a scambi intensi (protagonista una Tilda Swinton nel ruolo di una politica tedesca preoccupata che l’ego del generale non predomini sulla sicurezza della sua gente). Alterna lunghi attimi fatti di vacue attese ad un finale che vorrebbe essere tipico di un war movie ma non riesce ad essere coinvolgente. Una mancanza di coerenza narrativa che impedisce allo spettatore di entrare in sintonia con un film che vuole essere troppe cose insieme senza riuscire sempre a gestire tutto.

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War Machine è, infine, un’opera insolita che merita sicuramente di essere vista, perché ha l’intelligenza di proporre idee proprie (anche se non esclusive) in una maniera inusuale. Non ci riesce sempre nel miglior modo possibile, ma l’averci provato è una onorificenza (non di massimo grado) che può comunque appuntarsi al petto con sufficiente orgoglio.

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