Anteprime

Quando l’arte moderna incontra il cinema: la recensione in anteprima di My Italy

My Italy

Titolo: My Italy

Genere: biografico, commedia

Anno: 2017

Durata: 1h 41m

Regia: Bruno Colella

Sceneggiatura: Bruno Colella

Cast principale: Bruno Colella, Marcto Tornese, Krzysztof Bednarski, Thorsten Kirchoff, Mark Kostabi, H.H. Lim

Nella terza parte del film del 1978 Dove vai in vacanza, Alberto Sordi ironizza sull’allora moda delle vacanze intelligenti portando Remo e Augusta Proietti, veraci popolani romani, a confrontarsi con l’arte moderna della Biennale di Venezia col risultato che la signora Augusta, esausta per il troppo camminare, si abbandona su una sedia venendo scambiata per un’opera d’arte. Il confronto impari tra l’interpretazione concettuale dell’arte contemporanea e l’immediatezza espressiva di quella classica viene resa in maniera eloquente dalla domanda che il vice portiere Salvatore pone al professore in Il mistero di Bellavista del 1985. Commentando un’installazione che riproduce fedelmente una comune toilette, Salvatore domanda cosa farebbe un muratore che tra mille anni scavando trovasse quell’opera: capirebbe di essere di fronte ad un capolavoro come un quadro di Luca Giordano o penserebbe che è solo un gabinetto rotto?

My Italy

Arte moderna e finzione cinematografica

Comprendere l’arte contemporanea è sicuramente operazione molto più difficile che ammirare la perfezione levigata di una scultura greca, la maestosità imponente di un’architettura gotica, l’armonia ammaliante di un quadro del Rinascimento. È anche per questa complessità innegabile che pochissimi sono gli artisti moderni che riescono ad essere noti al di fuori della limitata cerchia degli addetti ai lavori. E ancora meno sono quelli le cui opere hanno un valore tale da essere apprezzato a prima vista anche da chi non ha frequentato corsi all’Accademia delle Belle Arti o abbia coltivato una passione spontanea per il mondo.

Dedicare, quindi, un film a questo argomento è una scommessa alquanto ardita che il regista napoletano Bruno Colella ha deciso di accettare coinvolgendo in questo rischioso progetto una lista di nomi celebri del cinema italiano e polacco. Lista tanto lunga che nessuno di loro può dirsi altro che una comparsa che è riuscita a strappare più di una sola scena muta ottenendo anche qualche battuta. Elencarli tutti avrebbe comunque poco senso perché essi stessi (come onestamente ammesso da quelli che hanno partecipato alla conferenza stampa post anteprima) sono consapevoli di essere solo dei momenti passeggeri nelle avventure dei veri protagonisti.

Protagonisti che non sono attori, ma quattro artisti contemporanei la cui importanza sulla scena internazionale è didatticamente spiegata da Achille Bonito Oliva in dei siparietti a parte. È lui a presentare il polacco Krzysztof Bednarski (scultore autore dei monumenti a Federico Fellini e Krzysztof Kieslowski), il danese Thorsten Kirchoff (creatore di quadri e installazioni che fanno spesso ricorso ad un immenso archivio di filmati cinematrografici), l’americano Mark Kostabi (pittore che si ispira in parte al surrealismo di de Chirico), il malese H.H. Lim (videomaker e pittore). Quattro nomi importanti uniti non solo dal loro lavoro, ma dalla comune passione per l’Italia dove risiedono abitualmente per gran parte dell’anno.

My Italy

Uno sguardo atipico su una Italia non sempre solita

Vivere in Italia potrebbe sembrare una scelta facilmente motivabile per un’artista, dato che la nostra terra è senza dubbio la meta ideale per ogni amante dell’arte (nonostante la vergognosa incuria cronica con cui non preserviamo il nostro immenso patrimonio artistico). Ma il film intende andare oltre questo stereotipo, provando a immergere i quattro artisti in situazioni paradossali che poco hanno a che fare con una scontata risposta che invochi i monumenti e le vestigia di un passato glorioso.

Così il pacioso Bednarski deve scontrarsi con la megalomania di una Lina Sastri, vedova di un camorrista che pretende una tomba uguale a quella realizzata in memoria del regista polacco. Lo spaesato Kirchoff, tradito dalla sua Fiat Cinquecento d’epoca falsamente riparata dal meccanico Frassica, attraverserà la Napoli dei quartieri descritta da Enzo Gragnaniello, incontrerà un Sebastiano Somma innamorato di un femminiello, ascolterà i racconti di un Alessandro Haber contadino allucinato, raggiungerà la Certosa di Padula per controllare che l’idraulico Rocco Papaleo non abbia distrutto una sua installazione. In giro per la Roma dei grandi attori vittime dell’oblio del grande pubblico (Remo Girotti e Piera degli Esposti) e della grande bellezza ormai svuotata dei suoi protagonisti (tra cui si aggira un Rino Barillari che non ha più nessuno da fotografare) si muove invece Mark Kostabi mentre vende porta a porta i suoi quadri per portarli alla gente o li baratta in cambio di cene gratis in ristoranti di ogni tipo. La stessa Roma è protagonista silenziosa della caccia discreta ad una eterea Luisa Ranieri con cui H.H. Lim chiude il film spostandosi dal centro ricco di splendidi monumenti ad una periferia fatta di casermoni e sporcizia.

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Un esperimento riuscito solo a metà

Nessuno dei quattro artisti è un attore di professione e non è quindi sorprendente che ad essi non sia stato affidato un copione vero e proprio, ma piuttosto solo una linea da seguire su cui improvvisare secondo la propria personalità. Un film, quindi, che vuole essere un esperimento estremo, essendo anche privo di una trama e preferendo una regia semplice che a tratti predilige la banalità della camera fissa al virtuosismo di movimenti studiati. La riuscita del film era, perciò, legata alla capacità dei quattro artisti di prestarsi ad un mestiere non proprio ed è inevitabile che il prodotto finale sia faticosamente disomogeneo.

Ad un Bednarski che ha il physique du role e una spontanea naturalezza nel calarsi in una situazione irreale (oltre a mostrare anche in sala stampa una decisa passione per il confronto spiritoso con il pubblico) si contrappone la seriosità silente di un Lim che, nonostante il minutaggio ridotto, rende pesante e superflua la sua odissea romana (termine usato non a caso visto che si trova a prendere i pullman dell’Atac in periferia su cui sono state girate alcune scene senza avere i permessi). Le parti migliori sono sicuramente quelle con Kirchoff e non solo perché il napoletano Colella gestisce in maniera sapiente gli ambienti della sua città, trascinando il suo protagonista in luoghi poco battuti dal cinema usuale. Ma soprattutto perché l’artista danese ha negli occhi lo stupore bambinesco di chi non capisce cosa sta vedendo, eppure è comunque felice di vivere esperienze che potrà raccontare un domani. Troppo sicuro di sé appare, invece, Kostabi che sembra il più impostato dei quattro, come se si preoccupasse di dare una immagine positiva di se stesso che potrebbe tornargli utile in un quotidiano domani.

Ad alleggerire il tono donando sprazzi di commedia ci pensa, infine, lo stesso Colella e il suo fido Marco Tornese, che interpretano un regista e il suo assistente in cerca di finanziamenti per questo stesso film (in un’operazione di film nel film che si ripete nel finale girato ad un’anteprima del film stesso) tra la Varsavia di produttori con il sogno di incontrare una Serena Grandi ormai abbondantemente lontana dalle forme seducenti del tempo che fu, il festival del cinema di Cannes al quale i due fanno la figura degli imbucati e le onnipresenti banche che non capiscono l’arte.

Difficile dare un giudizio conclusivo su questo My Italy. L’assenza di una trama, la disomogeneità delle scene che oscillano tra momenti di pura poesia e periodi di pessimo trash, la qualità altalenante della recitazione, la difficoltà di entrare in sintonia con una storia che sostanzialmente non c’è dovrebbero far pendere la bilancia verso un voto piuttosto basso. Ma My Italy è prima di tutto il tentativo di parlare di qualcosa di diverso dal solito e di raccontare un’Italia nota e meno nota attraverso gli occhi di chi ha una sensibilità completamente diversa.

Proprio come davanti ad un’opera d’arte contemporanea, il giudizio resta quindi troppo personale per poter essere oggettivamente espresso in numeri e stelle. Per questo qui sotto troverete una salomonica sufficienza che non va intesa come voto di merito, ma piuttosto come un cordiale invito a giudicare da soli. Con tante scuse a chi cercava un consiglio spassionato.

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