Leftovers (The)

The Leftovers: un ritorno alle origini che convince poco – Recensione episodio 3.05

Questa settimana The Leftovers ritorna a concentrare la narrazione sulle spalle di un solo personaggio, lasciandosi andare a trame un po’ troppo eccessive e vicine alla prima stagione.  Il personaggio di Matt è uno dei più semplici della serie, o almeno è uno di quelli il cui comportamento è più facile da comprendere perché rispecchia lo schema del credente operoso. Tramite un’evoluzione complessa, il rapporto con la moglie, e la fiducia in Kevin Matt aveva finalmente trovato un suo equilibrio, che si sbriciola completamente in 56 minuti.

MATT, IL LEONE E DIO

“Non posso andare a casa, perché il mio passato è già lì” canta Aznavour all’inizio dell’episodio, prevedendo in qualche modo la conclusione del viaggio di Matt in Australia. Un’avventura rocambolesca piena di riferimenti biblici, che si chiude con un personaggio nuovo, in qualche modo rinato. Il credere e la fede sono argomenti complessi, che mal si adattano alla bocca degli uomini perché non devono essere riempiti di contenuti ma solamente di speranza cieca e assoluta devozione.
In The Leftovers invece quello che viene indagato è il credente, i dubbi che attanagliano il suo cervello e la sua mente, il percorso di Matt, la sua fede che diviene necessaria alla sua sopravvivenza è sicuramente il percorso di molti e solo dallo scontro con la superstizione, simboleggiata dal culto del leone Frasier, Matt arriva a comprendere i suoi errori e il suo egoismo.

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Il Dio che Matt incontra è lo stesso che aveva incoraggiato Kevin a cantare al karaoke e che poi sempre Kevin aveva incontrato sul ponte nel finale della scorsa stagione. Un uomo australiano che afferma di essere resuscitato, che prende in giro Matt ma allo stesso tempo lo pone davanti agli errori della sua vita. La fede di Matt non è altro che un disperato bisogno di risposte certe, una sorta di do ut des con il divino, in cui in cambio di preghiere e scritture si chiedono miracoli e grazie. In un dialogo potente e forte The Leftovers sceglie di far prendere a Matt una strada diversa e di aprirgli gli occhi, lasciando da parte tutta la strana sotto trama del nuovo messia.

ESAGERAZIONE FORZATA E RITMO LENTO

L’episodio è sicuramente il più debole e lento della stagione, perché troppo eccessivo in molte parti e con meccanismi un po’ troppo prevedibili, quale ad esempio la storia di Evie spiattellata in cinque minuti da Laurie a Matt. Inoltre le citazioni bibliche – del leone, della gabbia, della barca nel mare, dell’uscita dalla grotta – sono sovrabbondanti e risultano fin troppo poco sottili per essere apprezzate. A tutto questo dobbiamo aggiungere che Eccleston, pur essendo molto bravo in questo ruolo, ha dovuto reggere da solo un intero episodio con un ritmo lento fino alla seconda metà e la poca presenza di dialoghi non ha aiutato. The Leftovers riesce a risplendere quando fa della storia semplice un piccolo pozzo di agonia personale, riflettendo nelle lacrime di Nora, nelle cicatrici di Kevin tutta la fragilità dell’abbandono e della perdita.

La voglia di raccontare colui che crede e la fede forse hanno spinto gli sceneggiatori troppo oltre, comportando una esagerazione un po’ troppo barocca ma priva di contenuti profondi. Naturalmente le scene iniziali e finali sono stupende e si riallacciano al discorso sulla causalità delle azioni e delle conseguenze che è il vero cuore della serie. Non sempre le cose avvengono per un motivo, non sempre una bomba che scoppia nel pacifico significa guerra o la sparizione di una parte della popolazione vuol dire che Dio vuole punirci o premiarci. Questo è il filo rosso della serie, il bisogno di risposte dopo il lutto, l’abbandono, la perdita e da spettatori vogliamo che la serie continui a parlare di questo.

Una terza stagione che, come la seconda, continua ad essere televisione di un altro pianeta, che probabilmente finirà senza rispondere a nessuna domanda perché se c’è una cosa che abbiamo imparato da questa è che non importa il “perché” ma il “come”.

Good Luck!

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