Cinema

Planetarium: la recensione del film con Natalie Portman e Lily Rose Depp

IMDb

Genere: fantastico, drammatico

Anno: 2016

Durata: 1h 46min

Regia: Rebecca Zlotowski

Sceneggiatura: Rebecca Zlotowski, Robin Campillo

Cast principale: Natalie Portman, Lily Rose Depp, Emmanuel Salinger, Louis Garrel

I maghi fasulli che infestano tante reti locali leggendo le carte e i tarocchi e promettendo miracolose guarigioni non sono un nefasto prodotto della tv di questi anni. Rappresentano piuttosto l’ingloriosa discendenza di quegli spettacoli affollati che all’inizio del secolo scorso mettevano in scena presunti spiritisti che promettevano di far parlare il pubblico in sala o il facoltoso cliente di un incontro privato con qualche caro estinto. Come oggi i santoni televisivi, così allora gli spiritisti erano sostanzialmente dei truffatori che abusavano del dolore e della credulità popolare per arricchirsi grazie alla propria affabulatoria cialtroneria. Planetarium, diretto da Rebecca Zlotowski, ha per protagonista le sorelle Laura e Kate Barlow (la sempre affascinante Natalie Portman e l’esordiente Lily Rose Depp, figlia di Johnny Depp e Vanessa Paradis) che appunto spiritiste sono. Senza svelare nulla sull’autenticità o meno delle loro performances, possiamo però dire con sicurezza che con gli spettacoli degli spiritisti dell’epoca il film della regista polacca condivide un aspetto fondamentale: è una truffa.

Planetarium

Tanta carne a cuocere per una grigliata cruda

Un giudizio tanto severo potrebbe far pensare ad una marcata esagerazione buttata lì per un perverso gusto di stupire ad ogni costo, ma la verità è che di una truffa il film ha la caratteristica principale: promettere tanto per dare infine nulla. Non che manchino scene registicamente valide o performances attoriali al di sopra della sufficienza. E nemmeno si può accusare il film di non avere argomenti potenzialmente interessanti da offrire alla riflessione dello spettatore. Ma il problema è che si tratta troppo spesso di attimi slegati che si susseguono in una sceneggiatura che fatica a trovare un filo conduttore finendo per scrivere solo l’incipit di trame che non vengono poi svolte.

Di che parla, infatti, Planetarium? Delle sorelle Barlow che arrivano nella Parigi negli anni immediatamente precedenti allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale e vengono notate dal produttore cinematografico André Korben che propone loro di realizzare il primo film in cui i fantasmi non siano effetti speciali, ma presenze evocate da Kate e immortalate sulla pellicola.

Un film sullo spiritismo, quindi, e sul morboso rapporto tra le sorelle e il produttore che le ospita nella sua lussuosa magione? Si, ma anche no. Perché dopo aver gettato l’amo di un misterioso spirito dal passato di Korben, il film decide di fare di Laura un’attrice vera e propria e si trasforma in un’opera che vuole essere un film in un film rendendo omaggio all’ancora spensierato mondo del cinema di quegli anni quando ogni attrice era bellissima e con trucco e parrucco sempre in ordine. Una nuova strada che però viene percorsa passando da una scena all’altra senza soluzione di continuità e alternandosi con una ennesima storyline che vede Korben affidarsi a fantomatici scienziati che indagano sulla natura del dono di Kate. Ma anche questa storia si fa notare solo per la sua inconsistenza dal momento che procede a spizzichi e bocconi inframezzati da flashback improvvisati il cui senso si intuisce ma non capisce del tutto.

Dopo poco più di metà del film, lo spettatore si trova ad avere già visto tre storie differenti senza che nessuna sembri dominare sulle altre o imboccare un sentiero che conduca ad un qualche finale. Soprattutto, senza che nessuno sia davvero interessante. Anche perché altre ancora se ne aggiungono strada facendo, spuntando dal nulla e predominando sulle altre in un raffazzonato finale che lascia troppi punti interrogativi a domande la cui risposta dopotutto non interessa più allo spettatore annoiato. Un film, quindi, che da l’impressione di aver messo tanta carne a cuocere, ma essersi poi dimenticato di controllarne la cottura servendo infine una grigliata dove ogni pezzo è crudo.

Planetarium

Tante storie per non andare da nessuna parte

Ci si potrebbe chiedere se questo infelice accumulo di storie sia quantomeno motivato dalla necessità di far evolvere i protagonisti del film. Ma anche qui il film risulta alquanto deficitario. Avendo affidato il ruolo ad una star come Natalie Portman, il personaggio di Laura è quello meglio tratteggiato e più seguito. La conturbante spiritista abile a carpire l’attenzione del pubblico e a contare gli incassi delle serate e delle visite a domicilio viene travolta dalla magia del cinema per diventare una debuttante di successo, ma questo percorso viene interrotto repentinamente e poi altrettanto repentinamente ripreso per dare una sorta di malinconico happy ending.

Ma è cambiata Laura? Difficile dirlo perché la descrizione del suo carattere resta troppo superficiale per poter capire come gli eventi attraversati influiscano sulla sua più intima essenza. Peccato che viene replicato in maniera ancora più aggravata con Kate che si fa notare solo per l’eccesiva svagatezza con cui si aggira in scena senza che si capisca mai se, detto banalmente, ci è o ci fa.

Una lieta sorpresa è Emmanuel Salinger che ha il compito ingrato di caricarsi sulle spalle il peso di un protagonista che ondivaga tra chimerici sogni di gloria, improbabili progetti pseudo scientifici e un passato da nascondere prima di tutto a sé stesso. Ma anche il suo Korben risulta, purtroppo, un’occasione sprecata perché le potenzialità offerte dal suo carattere incerto sono solo intuite e non mostrate da un film che deve rincorrere troppe storie per ricordarsi che ha anche dei protagonisti da caratterizzare.

Planetarium

Un pastiche confusionario e anacronistico

A rendere ancora più indigesto la pellicola della Zlotowski contribuisce anche la scarsa attenzione al realismo delle ambientazioni, dei costumi, delle scene. Quanto è, infatti, credibile vedere gli invitati ad una festa negli anni 30 fare un trenino a ritmo di musica mariachi come se fossimo ad un veglione di Capodanno dei giorni nostri? Quanto è accettabile che la Portman indossi biancheria intima uguale a quella di oggi, mentre gli uomini esibiscono mutandoni lunghi al ginocchio? Come spiegare la liberalità e gli eccessi a cui si lasciano andare le donne (per quanto attrici e quindi casi molto particolari) in un’epoca che non eccelleva certo per il rispetto della parità dei sessi? E cosa dire del filmino pornografico che, oltre ad essere sostanzialmente inutile ai fini della trama, è esplicito come quelli moderni quando in quegli anni il massimo della pornografia era mostrare le gambe nude? Non si richiede, certo, al film un’attenzione maniacale per la storiografia, ma anacronismi tanto evidenti si sarebbero potuti facilmente evitare.

Planetarium è, infine, un prodotto che ha il difetto capitale di non essere un film, ma piuttosto un succedersi di cose a caso che non portano lo spettatore da nessuna parte. Anche il titolo, dopotutto, è una bugia: un planetario ti mostra le stelle che splendono nel buio; questo film solo la notte dell’assenza di ogni idea.

Comments
To Top