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Snatch: Recensione dell’episodio 1.01 – All That Glitters

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Remake, spin-off, sequel, prequel, reboot e chi più ne ha più ne metta. A quanto pare sia in tv che al cinema macinare nuove idee è diventato sempre più faticoso. Meglio, quindi, affidarsi al passato – recente o meno – e riportare in auge un prodotto sul quale il pubblico si è già espresso. Ovviamente con il pollice in sù. Ma siamo proprio sicuri che questo tipo di operazione significhi effettivamente vincere facile? Non può essere che, magari, quel pubblico che si vuole così adulare poi, a lungo andare, di questi cavalli vincenti si annoia e finisce per cambiare scuderia? E, già dalle prime battute, questo primo episodio di Snatch profuma proprio di sconfitta.

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Basata sull’omonimo piccolo cult del 2001 firmato da Guy Ritchie, la nuova serie tv del quasi debuttante Alex De Rakoff ha come protagonisti un trio che ricorda da vicino i personaggi della pellicola di ispirazione. Albert, Charlie e Bill sono tre ventenni di bell’aspetto, ma non proprio di belle speranze. Il primo è il figlio di un noto ladro – Vic Hill – che da vent’anni fa la “bella vita” in carcere, mentre moglie e pargolo (ormai cresciuto) tentano di mantenersi a galla, tra prestiti chiesti a pericolosi strozzini e un negozio di fiori la cui rendita più grande non sono di certo composizioni e ghirlande. A miscelare, infatti, nel retrobottega alcool e aromi troviamo Charlie Cavendish, tanto impacciato quanto preciso nelle dosi. Vive in una casa sgarrupata insieme al padre, che in salotto coltiva marijuana, e la madre, a cui piace intrattenersi con gli idraulici a domicilio. Anche la dimora di Bill Ayers non è del tutto confortevole: il pugile dorme infatti in una stanza della palestra in cui si allena.

A tenere saldo questo strano trio non vi è solo un legame amicale (presumibilmente anche datato), ma anche questioni di business. I tre infatti sono partner in crime e i crimini principali, in cui è coinvolto anche il padre di Albert che dal gabbio dispensa consigli su come muoversi, sono la vendita illegale di liquori e il pugilato. Ma, come da previsioni, gli ostacoli all’ascesa di questo piccolo gruppo criminali sono tanti e variegati.

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Piccoli pesci in un acquario pieno di squali, gli scogli contro i quali i giovinotti rischiano di sbattere sono essenzialmente due. Il primo è Vic Hill, la cui eredità pesa come un macigno sulle spalle del figlio ma anche un po’ su quella degli amici. Essere in grado di portare avanti il buon nome della famiglia non è un’impresa da tutti. Ci vuole fegato, ma serve anche un alto grado di intraprendenza: perché un lascito così difficile da gestire deve fare i conti con i tempi che cambiano e le necessità/aspettative che il mercato di oggi presenta. Si deve, in poche parole, essere in grado di misurare i devo con i voglio.

L’altro nemico, presubilmente coetaneo, è il nuovo boss emergente Sonny Castillo, interpretato da un improbabilissimo Ed Westwick in salsa messicana (che dopo la cantonata di Wicked City incassa un altro sonoro no, ma non c’è da stupirsi). Proprietario di un club copertura per altri affari, il suo è il personaggio che probabilmente irrita di più di quelli presentati, in quanto summa dei peggiori cliché che tv e cinema conoscano. Cliché in cui è inclusa, ovviamente, la bellissima e ribelle fidanzata che, ovviamente, vuole di più, di più e ancora di più. Indovinate un po’ a chi si rivolgerà?

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Tirando le somme, questo primo episodio di Snatch non convince per nulla. All’orizzonte non si intravede nessuna interessante storia che valga la pena di seguire, se non un susseguirsi di situazioni già ampiamente battute. A ciò si aggiunge uno stile registico e narrativo, che è poi il vero legame tra la serie e il film, davvero datato. Movimenti di camera velocissimi, montaggio serrato, split screen, slow motion à gogo tanto che per un attimo sembra quasi di esserci dimenticati dei 16 anni di ottima (e pessima) televisione trascorsi dall’uscita di Snatch. 16 anni in cui ci sono stati, solo per fare alcuni esempi, Lost, Sherlock, Mad Men, Mr. Robot e Legion.

Peccato, perché in realtà il comparto attoriale non è male, mettendo ovviamente da parte il pessimo Westwick. Luke Pasqualino e Rupert Grint (che è anche uno dei produttori della serie) vestono bene i panni del bel figlio d’arte e del timido intelligente, inoltre tra di loro si avverte subito una buona sintonia. Forse un po’ meno a fuoco, invece, Bill, ma non è che il suo personaggio ispiri molta curiosità.

Snatch non supera la prova, per quanto mi riguarda. Ci sono così tante produzioni oggi in campo televisivo, che dedicarsi a chi non ha il coraggio di guardarsi avanti più che continuare a cercare nel passato non vale assolutamente la pena. Ma il coraggio ce l’ha solo chi non ha paura di perdere.

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