Cinema

Loving: la recensione del film di Jeff Nichols

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Titolo: Loving

Genere: Drammatico

Anno: 2016

Durata: 123’

Regia: Jeff Nichols

Sceneggiatura: Jeff Nichols

Cast principale: Joel Edgerton, Ruth Negga, Michael Shannon

“Oggi essere rivoluzionari significa togliere più che aggiungere, rallentare più che accelerare, significa dare valore al silenzio, alla luce, alla fragilità, alla dolcezza”

Basterebbe questa citazione del poeta Franco Arminio a descrivere la poetica cinematografica di Jeff Nichols e far scattare a tempo di record il paradosso: può una poesia rivelare il senso intimo di una poetica senza poesia, di un’epopea senza epos? Perché è questa a ben guardare la cifra stilistica del regista di Little Rock, Arkansas, del suo stile discreto, sommesso, antiretorico, incentrato sulle ellissi e i sottintesi. Ma partiamo da Loving.

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Richard Loving è un muratore nato e cresciuto in Virginia, costa sud-orientale degli Stati Uniti, che ama profondamente la sua compagna Mildred e vuole sposarla. Ma siamo negli anni ‘50, in un’area rurale del Sud segregazionista, in uno stato che non tollera i matrimoni interrazziali e la coppia è costretta all’esilio. Anni dopo un’associazione per i diritti civili prende a cuore la loro vicenda e riapre il caso portandolo alla ribalta nazionale. Sarà la Corte Suprema nel 1967 a invalidare la sentenza Loving vs. Virginia, dando via libera al riconoscimento delle coppie interrazziali su tutto il territorio nazionale.

Il nucleo drammatico dell’intera filmografia di Nichols, in tutto cinque titoli, è la lotta degli uomini contro il proprio destino, come accade nelle tragedie greche. Destino che di volta in volta assume i connotati di entità o soggettività sempre diverse (una faida familiare in Shotgun Stories, una minaccia apocalittica in Take Shelter, un passato irrisolto in Mud, l’allontanamento di un figlio in Midnight Special). Nel suo ultimo lavoro, frettolosamente spacciato per film di denuncia,  il conflitto chiave non è lo scontro tra l’individuo e la società, tra una famiglia che vuole solo vivere il suo amore e le regole obsolete che ad esso si oppongono, quello è il pretesto. La chiave di senso è il conflitto tra la storia di due individui e la Storia di una nazione, che brutalmente e inesorabilmente si addentra nei loro destini travolgendoli.

In comune con le altre opere del regista il racconto dei coniugi Loving (due spettacolari Joel Edgerton e Ruth Negga) presenta una visione emblematica dei caratteri di genere, dei modelli psicologici incarnati da uomini e donne. Le figure maschili lottano indefessamente e quasi ottusamente per o contro qualcosa (Son Hayes contro i fratellastri, Curtis La Forche contro le paranoie, Roy Tomlin per proteggere il figlio). E anche Richard Loving non riesce ad accettare che la sua vita, volente o nolente, abbia incrociato la rotte della Storia. Richard non vuole farsi carico del suo ruolo di spartiacque ma nel contempo ha paura di perdere ciò che ama di più, la sua famiglia, e accetta a malincuore di intraprendere questa battaglia contro le forze esterne. Perché in realtà non è Richard a lottare per la sua condizione, a intraprendere le azioni sociali e legali utili ad affermare la propria identità civile è Mildred.

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Mildred, come prima di lei Sarah Tomlin in Midnight Special e Samantha Le Force in Take Shelter, accetta da subito il proprio destino, il suo ruolo di guida o semplicemente di aiuto, Mildred sa che dovrà farsi carico di scrivere la Storia, sa che dovrà ribellarsi a un’ingiustizia macroscopica e anacronistica, sa che se vorrà dare un senso alla sua vita dovrà smettere di fuggire e cominciare a lottare. È Mildred a voler tornare in Virginia, è Mildred a cercare Bob Kennedy, è sempre Mildred ad accettare il servizio fotografico per Life.

Mildred è molto avanti rispetto a Richard. Richard è un sempliciotto, un muratore schietto e disincantato che vuole fare legna, costruire i muri e prendersi cura della famiglia. Punto. Non gli serve altro. Cosa vuole che riferisca alla Corte Suprema? Gli chiede pomposamente l’avvocato Cohen. Un discorso alla nazione? Un passo di John Steinbeck? Una citazione in latinorum? Gli dica che amo mia moglie, è la spiazzante e bellissima risposta di Richard. Le dica che voglio solo costruirle una casa in campagna e chiudermi con lei nel nostro spazio di pace.

Richard costruisce fondamenta di case non di nazioni. La sua responsabilità è nei confronti di Mildred non del mondo. Il suo posto nel mondo è tra le mura di casa non sotto i riflettori. Richard non costruisce i muri per viverci dentro ma per tenere il mondo fuori, un po’ come Curtis La Forche che invece allestisce un bunker, un po’ come i fuggitivi Mud e Roy Tomlin, e un po’ come lo stesso Jeff Nichols, che con il suo stile compassato e in osmosi alla prospettiva dei suoi personaggi, non se la tira ma all’opposto fa di tutto per defilarsi, per non mettersi in mostra o al centro dell’attenzione.

Loving racconta con grazia e sobrietà la lotta tra un soggetto privato e la sua responsabilità pubblica. Anche qui come in Midnight Special e Take Shelter, il mondo spinge per entrare dentro ed alterare gli equilibri di un microcosmo personale, come i fasci di luce dei riflettori che invadono, violandola, la privacy di una camera da letto.

Il dentro e il fuori. La campagna e la città. La Storia e le storie. La Storia si confeziona nelle città non nelle campagne, verrebbe da dire, è fatta dai borghesi non dai contadini. Nulla di più falso. Mascherato da film di denuncia, di impegno o da semplice melodramma, il messaggio di Loving emerge con grande forza e onestà: la Storia è fatta di anti-eroi. Siano essi muratori, fuggitivi o semplici sopravvissuti, sono state le persone semplici a costruire le fondamenta di questo paese, a lottare contro le sue colpe ataviche e persino contro il proprio destino, per permettere la nascita di una nazione.

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E qui torniamo alla citazione dell’incipit, alla cifra stilistica di Nichols e ai suoi codici espressivi, al Nichols touch. Maestro delle ellissi e dei sottintesi, alfiere del realismo anti-retorico, il cinesta classe ‘78 dimostra per l’ennesima volta la sua naturale vocazione al racconto, alla padronanza di uno storytelling che non esula mai dai mezzi espressivi del cinema, ma resta aggrappato al proprio specifico linguistico. “Le opere realizzate entro i limiti di un particolare mezzo di espressione sono esteticamente tanto più soddisfacenti quanto più si fondano sulle qualità specifiche di quel mezzo”. Lo ha detto Sigfried Kracauer, uno che di cinema qualcosa ne sapeva.

In Loving non c’è traccia di virtuosismi, formule retoriche o digressioni verbali, Nichols rifugge chirurgicamente lo spettacolare, straordinario e sensazionale. Chirurgicamente in senso letterale, perché attraverso il montaggio l’autore sottopone a spietata epurazione le sequenze narrative fermandosi sempre un attimo prima e sottraendo i climax allo sguardo dello spettatore (si pensi alla scena dell’incidente d’auto, o a quella, memorabile, dell’uccisione di Kid in Shotgun Stories). Il suo stile ellittico, la sua vocazione alla pulizia del racconto, all’essenzialità carnale, è evidente e degna di nota. Nichols non spiega ma mostra, munge, sottrae, e sprigiona una forza espressiva che è tanto più potente quanto riesce a innescare un ruolo spettatoriale attivo, sia nell’interpretazione di ciò che mostra quanto nell’immaginazione di ciò che elude.

Per uno spettatore medio abituato al linguaggio ipercinetico e sensazionalistico dei mass media di oggi, si tratta di uno stile innovativo e rivoluzionario che riesce, attraverso le immagini sobrie e il ritmo pacato, a dare valore al silenzio, alla luce, alla fragilità, alla dolcezza. In una parola, alla vita.

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