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Legion: Recensione dell’episodio 1.06 – Chapter 6

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Fin dalle prime puntate una delle impressioni predominanti durante la visione di Legion è stata quella di essere impegnati ad osservare una tavolozza. L’equilibrio delle riprese e la massiccia presenza di colori pastello fanno di questa serie un piccolo quadro progettato con occhio geometrico e steso con artistica follia. E come ogni opera d’arte codificata con un preciso linguaggio dei colori – pensiamo alle tonalità più calde per avvicinare lo sguardo e quelle fredde per allontanarlo – anche Legion presenta il suo codice. Non è infatti un caso che in questo episodio tutti i personaggi alleati di David vengano rappresentati con addosso sgargianti tute anni ’70 e Lenny, ormai volto del parassita che domina la mente del protagonista, giri con un succinto dolcevita nero.

Dopo una puntata che ci aveva fatto ribaltare su sedie e divani Legion si prende del tempo per approfondire i personaggi secondari. Ovviamente lo fa nel modo più intelligente e alternativo possibile. Il meccanismo di difesa messo in atto dalla mente di David nel finale della scorsa puntata porta infatti tutti i protagonisti nel manicomio di inizio serie. All’interno di questa realtà non sono più mutanti, ma semplici umani il cui potere è trasformato in una sorta di ossessione e scusa per scoprire qualcosa sul loro passato.

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Ptonomy diventa quindi un uomo intrappolato nei suoi ricordi, incapace di superare il trauma della perdita materna. La dottoressa Bird diventa un’ossessa attanagliata e istupidita dall’amore per un marito disperso mentre Cary e Kerry ci vengono presentati come due ragazzine liceali, incapaci di vivere l’una senza l’altra, trascinati da un turbine di interdipendenza.

Ancora una volta Legion si permette di giocare con lo spettatore. Prendersi una pausa narrativa dopo un cliffhanger è una delle scelte più rischiose e impopolari da portare avanti in una serie TV. Lo spettatore ha bisogno di sciogliere i nodi che lo incollano all’ansia, di trarre della pace dallo stato di tensione e gli sceneggiatori cosa fanno? Colgono l’occasione per approfondire i personaggi secondari. Per chi guarda questa è una delle torture peggiori.

La magia di Legion sta però nel trasformare ciò che normalmente sarebbe tedioso e disastroso in intrattenimento di alto livello. In questa puntata i dialoghi sono accattivanti e la conversazione finale tra Lenny e David è superba. Del resto chi meglio di un parassita può interrogarsi sull’esistenza della vita? Qual è lo scopo di avere dei figli? Di essere sempre con la fretta senza arrivare da nessuna parte se poi il primo disgraziato di passaggio può sottrarti tutto in un batter d’occhio?

Un applauso va quindi dedicato ad Aubrey Plaza (Lenny), qui protagonista indiscussa dell’episodio con la sua camminata sensuale, i suoi sguardi pieni di idee, di trame e di pensieri da ribaltare violentemente in faccia allo spettatore. Calata nei panni dello psicanalista che lentamente studia e conosce il nemico ci regala una deliziosa sequenza musicale con Nina Simone di sottofondo (cercate il Bassnectar Remix) magnetizzando lo spettatore in pochissimi secondi.

Insomma, sicuramente qualcuno avrà protestato all’idea di dover attendere ancora un po’ prima di conoscere la risoluzione della trama ma sfido chiunque a dire che questa puntata abbia sia stato un palese filler. Legion ci ricorda ancora una volta che si può stupire ed emozionare lo spettatore con il semplice uso di dialoghi, immagini che ad una prima impressione seppur appaiano chiusi in una bolla servono invece ad arricchire un piatto di per sé già sostanzioso.

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