Cinema

Kong – Skull Island: Recensione del film con Tom Hiddleston e Brie Larson

Kong Skull Island
IMDb

Titolo: Kong – Skull Island

Genere: fantascienza, azione

Anno: 2017

Durata: 118 min

Regia: Jordan Vogts – Roberts

Sceneggiatura: Max Borenstein, Derek Connolly, John Gatins, Dan Gilroy

Cast principale: Tom Hiddleston, Brie Larson, Samuel L. Jackson, John Goodman, Jian Ting

La storia del cinema è ricca di aneddoti curiosi. Non è quindi del tutto sorprendente che la nascita di uno dei più vetusti mostri dell’universo cinematografico affondi in una serie di coincidenze imprevedibili. Come conoscersi per caso sui campi di battaglia della prima guerra mondiale, dove Merian C. Cooper e Ernest B. Schoedsack sono impegnati come cineoperatori al seguito delle truppe sul fronte polacco. Tornati in patria, i due fonderanno una casa di produzione, interessandosi inizialmente solo a documentari naturalistici. Almeno finchè Cooper non incontra Dougal Burden, esploratore del Museo Americano di Storia Naturale, di ritorno da una spedizione in un’isola dell’Estremo Oriente dove ha appena scoperto il drago di Komodo, il più grande rettile vivente. Dal più grande rettile al più grande gorilla il passo diventa breve, se si riesce a convincere prima David Selznik (che produrrà poi anche Via col vento) e i tipi della RKO e quel passo farà nascere King Kong.

Kong - Skull Island

Un nuovo inizio in un’atmosfera fin troppo nota

Dal 1933, anno in cui Kong debutta nell’immaginario hollywoodiano arrampicandosi sull’Empire State Building mentre minacciosi biplani gli ronzano intorno, ad oggi passano molti anni, ma soprattutto incarnazioni diverse del mito che ne hanno cambiato sia i connotati (altezza e aspetto) che il carattere (da bestia selvaggia ad antieroe solitario). Kong – Skull Island diventa inevitabilmente, quindi, l’ennesimo reboot, imposto dalla necessità di Warner Bros e Legendary Pictures di scrivere il secondo capitolo del loro MonsterVerse, universo immaginario dove riproporre e far interagire alcuni dei mostri classici di Hollywood.

E così, dopo il Godzilla del 2014 diretto da Gareth Edwards, tocca ora a Jordan Vogt – Roberts, anche lui proveniente dal circuito indipendente, immaginare un nuovo inizio per il gigantesco primate (qui arrivato al record di oltre trenta metri di altezza). Dell’iconografia classica, Roberts e il team di sceneggiatori mantengono le origini esotiche nell’Isola del Teschio, conservando anche la variopinta fauna extralarge (tra ragni, gnu, piovre e insetti stecco) che già si era vista in pellicole precedenti (in particolare, il King Kong del 2005 diretto da Peter Jackson), ma decide di spostare tutto nel 1973 immediatamente dopo l’annuncio di Nixon che mette fine al coinvolgimento americano nella guerra del Vietnam. Scelta che determina tutta la cifra stilistica del film che diventa un esibito omaggio al cinema ambientato in quegli anni. La stessa locandina del film con Kong che si staglia contro il sole in un cielo in cui volano elicotteri è un palese rifacimento dell’iconico poster di Apocalypse Now. Ma anche le altre citazioni sparse (i soldati che camminano in formazione nella giungla ripresi dall’alto, il volo degli elicotteri nel riflesso degli occhiali da sole, i violenti bagliori del napalm nella notte scura, il battello che scivola sulle acque della giungla selvaggia) nelle due ore circa del film sono talmente esplicite che potrebbe essere persino difficile replicare a chi malignamente parlerebbe di plagio.

A completare l’identificazione con quel tipo di cinema partecipa anche la colonna sonora che pesca a piene mani nella musica degli anni Settanta, senza sforzarsi di fare scelte originali, riproponendo invece gran parte del background musicale di quelle pellicole. Eppure, questo insistito rimarcare l’aderenza ad un certo genere di cinema non risulta molesta, proprio perché è tanto ben fatta da permettere di godere delle più felici scelte di regia e fotografia di un periodo che vanta diversi titoli nella storia del cinema. Qualcosa di retrò, quindi, ma realizzato con una attenzione e una passione che permettono di perdonare la mancanza di originalità.

Kong - Skull Island

Una storia che resta in superficie

L’omaggio al cinema degli anni Settanta sembra determinare anche la scelta dei personaggi, che risultato in buona parte abbastanza stereotipati. Lo sono soprattutto il colonnello Preston Packard (interpretato da Samuel L. Jackson) e il suo fedele manipolo di soldati, sopravvissuti ai Vietcong giusto in tempo per finire a confrontarsi con i più letali abitanti dell’Isola del Teschio. Sono proprio queste le figure la cui scrittura è più approssimativa, limitatisi gli autori a caratterizzarli con poche battute sufficienti a replicare il canovaccio del team tipico dei film di guerra. Battute che prevedevano sempre il genio della meccanica capace di aggiustare tutto, quello incapace di stare zitto, il tipo strano pronto al sacrificio estremo, il padre di famiglia col pensiero fisso al figlio piccolo lontano, il taciturno duro a morire, il colonnello nevrotico in cerca ossessiva di un nemico contro cui lottare a prescindere da quanto ciò sia giusto o possibile.

Non va molto meglio neanche con i civili del gruppo di spedizione, dal momento che anche qui abbondano personaggi il cui inconsistente spessore è determinato solo dall’essere cliché ben noti: dallo scienziato visionario a cui nessuno ha mai creduto e che ora vorrebbe non sentirsi dire che aveva invece ragione (il Bill Randa di John Goodman), al responsabile di missione più burocrate pavido che esploratore temerario, dal topo di laboratorio che si scopre coraggioso guerriero alla giovane super esperta pronta ad imbracciare con sicurezza un fucile invece che usare carta e penna (qui interpretata dalla cinese Jing Tian, già nelle sale con The Great Wall, per strizzare l’occhio al mercato di Pechino).

Né va meglio con quelli che dovrebbero essere i protagonisti del film, il Conrad (nome scelto in omaggio allo scrittore di Cuore di Tenebra, fonte di molto libera ispirazione per Apocalypse Now) di Tom Hiddleston e la Mason Weaver di Brie Larson. Di loro dobbiamo accontentarci di sapere giusto il minimo indispensabile (mercenario col passato da orfano di guerra lui, fotografa rinomata in cerca dello scoop della vita) e accettare che siano capaci di sopravvivere a qualunque avversità (che si tratti di una battaglia tra fumi tossici o di un tuffo da altezza ben più che ragguardevole).

Kong - Skull Island

Kong e tanto basta

Non saper caratterizzare l’intero set di personaggi dovrebbe essere una colpa imperdonabile per un film, condannandolo ad un giudizio severo, ma sarebbe un errore adottare questo metro critico per un film come questo. Perché Kong è prima di tutto quello che il suo titolo dice: un film su Kong e basta. Inutile quindi lamentarsi che non ci sia di più. Meglio piuttosto chiedersi se ciò che prometteva è stato mantenuto, se quel che si poteva chiedere si è ottenuto. E, da questo punto di vista, Kong è un prodotto che guadagna una promozione con scioltezza, arrivando a meritare anche la lode per qualche scena particolarmente ben riuscita. Il primo scontro tra Kong e gli elicotteri rende benissimo l’idea di potenza del gorilla adorato come una divinità, mentre la lotta degli indifesi umani contro gli strisciateschi tra la nebbia dei fumogeni regala quell’adrenalinica tensione che un film di azione deve dare. Gli effetti speciali sono ben realizzati e rendono credibili non sono le versioni oversize di animali reali quali gnu e gorilla, ma anche quelli immaginari come gli uccelli simili a pterosauri e gli spaventosi strisciateschi. Sono queste le frecce che il film aveva nella sua faretra e vengono usate con destrezza centrando felicemente il bersaglio che volevano colpire. Ne risulta, quindi, un film dove l’azione incessante si concede pochissime pause per rifiatare coinvolgendo lo spettatore a cui tutto è permesso tranne annoiarsi o distrarsi per momenti di stanca. Un pregio che non si può non sottolineare.

Kong – Skull Island non è un film memorabile perché resta troppo spesso in superficie e privilegia l’omaggio al cinema che fu invece che creare qualcosa di non già visto. Ma è anche un film che non si vergogna delle sue scelte e mantiene le promesse. Kong doveva essere e Kong è stato. Alle volte ci si può anche accontentare di uno scimmia nuda che non balla, ma picchia e picchia forte.

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