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The Walking Dead: Recensione dell’episodio 7.13 – Bury Me Here

AMC

A quanto pare non serviva molto. Bastava uccidere qualcuno, anche poco importante all’interno della serie (ma di importanza per i personaggi), per costruire una puntata di The Walking Dead interessante. Bury Me Here non sarà un capolavoro, ma almeno è una puntata che si fa guardare.

Capita, quando uccidi qualcuno all’interno di una serie televisiva che parla di costante sopravvivenza, mettendo i personaggi davanti alla morte, senza relegarla nei libri di storia o semplicemente negli zombie. Ovviamente, purtroppo, anche questa accelerata arriva solo alla fase conclusiva della stagione a ribadire, ancora una volta, anche se bastava domenica scorsa, che episodi come quello di Rick e Michonne impegnati in una sorta di luna di miele non interessano a nessuno. E che forse sarebbe meglio ridurre il numero di puntate per una stagione sempre eccessivamente lunga. Inoltre, sebbene qualcuno se lo sia dimenticato, fondamentalmente siamo in un prodotto “da menare” dove le chiacchiere dovrebbero tendere allo zero e le botte procedere in maniera inversamente proporzionale. E come ogni buon prodotto da menare, bastano semplici simbolismi per sostituire coi silenzi (finalmente!) dialoghi onnicomprensivi.

Il senso di Benjamin per The Walking Dead è così venuto alla luce, suonando la sveglia in tutti quei personaggi che avevano preso a cuore il ragazzo, rimasto solo al Regno in compagnia del fratello piccolo. Il personaggio di Benjamin è stato introdotto da inizio stagione come figura attiva all’interno del Regno, al contrario delle comparse che ogni tanto passano a favore di telecamera. Per diversi fan del prodotto si è consolidato quello che per The Walking Dead è uno schema già vissuto: un nuovo personaggio , capace di generare un minimo di simpatia, grazie alla quale legare con lo spettatore, e un candore che nel corso delle puntate gli permette di entrare in rapporto con le altre persone che animano il nuovo mondo,  viene sacrificato sull’altare della patria per dare una scossa a tutti gli altri.

D’altra parte c’è una sola strada da seguire, come ci ricorda il cartello di Carol la prima volta che torna al Regno, ed è adornata di cadaveri. Non solo, tuttavia, Buy Me Here porta sullo schermo l’assassinio del personaggio di turno, ma attraverso quei pochi dialoghi pronunciati, è in grado anche di tessere una fitta rete di sensi di colpa in tutti i protagonisti. La decisione di attaccare i Salvatori diviene così non solo un pretesto da andare a cogliere nei calderoni dell’ “oggi a me, domani a te”, ma la molla per le prossime puntate, per far tornare a muovere i personaggi lungo il loro cammino personale. Carol e Morgan si tengono entrambi  a stento in piedi per i sensi di colpa e mediante l’assassinio improvviso le loro posizioni vengono scambiate. Ezekiel rimane scosso ed è pronto a morire in battaglia, dando la vita per difendere i propri uomini, così come gli altri cittadini del Regno. Ma non subito.

Prima bisogna ricostruire l’orto, fondamentale per far finta di continuare a pagare i tributi e per continuare a mantenere in vita i propri amici. Ma soprattutto fondamentale per creare, si spera, una nuova società, un nuovo essere umano. Benjamin e il fratello rappresentano anche questo. Da una parte il giovane che ormai si è avviato alla lotta. Indottrinato a non uccidere, tuttavia, è come se avesse pagato caro l’insegnamento di Morgan. Dall’altra il bambino, il futuro, conteso a metà fra la voglia di diventare come il fratello, unico punto di riferimento rimastogli, o invece crescere come un pacifico coltivatore. Quale civiltà si ha voglia di seminare, lo deciderà solo la conclusione dello scontro.

Nel mentre, chi aveva abbandonato la strada della violenza per tentare di vivere un’esistenza alternativa, è costretto a fare passi indietro. Carol, nel tentativo di tenere tutti alla larga, compresi Benjamin e i suoi ex compagni, si è accorta di essere responsabile per la loro morte, di non aver potuto fare niente per aiutarli, ma soprattutto si è resa conto che anche esiliandosi dal mondo, il mondo continuerà a percuoterla e non può rifiutarsi di combattere. Morgan, invece, ha visto il proprio credo andare in frantumi, all’interno di un piano cervellotico e forzato (in cui rientra lo zaino della bambina), che non ha fatto i conti col caso e con la malvagità degli altri. Nessun uomo merita di morire è un concetto che è tornato a vacillare, come il suo stesso profeta, sospeso a metà fra la pazzia di un tempo (durante la quale invoca il figlio Duane), la ferocia (il sangue di Richard sul volto) e gli insegnamenti del maestro.


Al di là di tutto, sebbene finalmente si torni ad avere una trama, l’aspetto maggiormente apprezzabile di Bury me Here è il silenzio. Il tredicesimo episodio inizia con quasi 6 minuti in totale assenza di dialogo, poi, per tutto il resto dell’episodio, nelle scene più importanti, i personaggi si limitano a parlare poco, poche parole, frasi corte e concise. Per una volta non è necessario lo sbrodolamento di frasi che ha invaso The Walking Dead da quando si è deciso di fermare per ampie parentesi il racconto. Per una volta la morte non ha bisogno di parole, la rabbia non ha bisogno di parole, la vendetta non ha bisogno di parole.

Tutti questi episodi di pochi fatti e continui bla bla bla hanno ormai reso pesante anche il ricordo della fine di Glenn e Abraham, depotenziando in un certo senso la loro morte. Oggigiorno, quando Sasha, Maggie o Rosita appaiono sullo schermo, sai già che puoi cambiare canale (va beh, per Rosita forse no) o fare altro e tenere le chiacchiere in sottofondo, come fosse una soap opera. Capita quando svuoti i personaggi della loro capacità di agire e li fai ruotare in loop su sé stessi. Le barbare uccisioni dei personaggi devono essere forti, colpire immediate allo stomaco, lasciare attoniti, come appunto avviene quando Morgan svela la verità a Carol, come per l’assassinio di Benjamin e Richard, e non sprofondare nella retorica più profonda e più immobile, come la moviola la domenica sera dopo la giornata di campionato della serie A di calcio, il lunedì, il martedì, il mercoledì, il giovedì, il venerdì e il sabato. Fortunatamente ora siamo arrivati agli ultimi tre episodi e la nuova partita può iniziare.

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