Cinema

Il diritto di contare: Recensione del film con Octavia Spencer e Kevin Costner

Il diritto di contare

Titolo: Il diritto di contare (titolo originale Hidden Figures)

Genere: biografico, drammatico

Anno: 2016

Durata: 127′

Regia: Theodore Melfi

Sceneggiatura: Theodore Melfi, Allison Schroeder

Cast principale: Taraji P. Henson , Octavia Spencer, Janelle Monáe, Kevin Costner, Kirsten Dunst, Jim Parsons, Mahershala Ali

Il diritto di contare dovremmo avercelo tutti. Almeno così si pensa dovrebbe essere nel moderno 2017. Eppure ci sono troppe cose che ancora non sono state riconosciute come rilevanti, fondamentali, rivoluzionarie. E duole dirlo, ma la maggior parte di queste riguardano le minoranze più popolari della storia dell’umanità: le donne e gli afro-americani.

Il diritto di contare è la storia di tre donne afro americane, ma se già qui pensate di sapere cosa aspettarvi vi sbagliate: questo film non è il classico pippone sulle discriminazioni razziali e di genere, non ci sono scene di violenza agghiacciante, nessuno è schiavizzato e, soprattutto, la colonna sonora è super allegra e mette una gran voglia di ballare.

L’anno è il 1961, siamo in Hampton, Virginia, nel Centro di Ricerca della prima versione della NASA. Da lì a qualche giorno Yuri Gagarin salirà sulla sua navicella spaziale ed orbiterà intorno alla terra, diventando ufficialmente il primo uomo nello spazio.

Ma adesso siamo su una tipica grande strada americana, una macchina in panne, tre donne che cercano di risolvere la situazione. Le tre donne sono di colore, e sembrano preoccupate di fare tardi a lavoro. ‘’Fortunatamente’’ un baldo poliziotto, (bianco, panciuto e molto americano) si accosta alle donzelle in difficoltà, non per salvarle, ma per interrogarle con aria irragionevolmente sospettosa. Di certo di tutto poteva aspettarsi, tranne ciò che gli viene risposto: “Siamo tre scienziate, lavoriamo alla NASA”.

Una solare musica R&B di sottofondo ed ecco che le tre donne sfrecciano sulla loro auto, scortate dal poliziotto, adesso sorridente.

Già la prima scena del film setta il tono, i colori e lo spirito dei 120 minuti successivi: niente è come ci si potrebbe aspettare e di sicuro ci sarà da divertirsi.

Le nostre tre protagoniste lavorano alla NASA, probabilmente nel periodo più eccitante mai verificatosi nella storia della scienza moderna, ma purtroppo a volte non basta essere nel posto giusto al momento giusto. A volte conta di più essere le persone giuste. E negli anni ’60 americani essere afro-americane e donne non era esattamente la situazione più fortunata. Ma questo non ha fermato donne di talento a perseguire i propri sogni e le proprie passioni.

Katherine Johnson (Taraji P. Henson) è stata una bambina prodigio, che ha finito il liceo a 14 anni ed il college a 18. Dieci anni dopo vive con la madre, ha tre figlie ed è vedova. E soprattutto è stata appena scelta per fare parte del gruppo di ingegneri che lavorano sul progetto Mercury, progetto che mirava a spedire il primo uomo sullo spazio. I russi però si sono appena accaparrati il primato, dunque l’America di JFK è sotto pressione e ha bisogno di risultati, e subito. Katherine si trova nel posto giusto al momento giusto, sarà la persona giusta? Tutti gli ingegneri dello Space Task Group non hanno idea di come rispondere alla domanda quando Katherine si presenta al primo giorno di lavoro con i suoi occhiali da nerd ed un vestitino color pastello.

Anche lei ha dei dubbi sulla sua impresa: avere gli occhi di una ventina di uomini in camicia bianca e cravatta nera puntati su di sé ogni volta che muove un muscolo non deve essere semplice da gestire, senza contare l’ansia di prestazione data dall’opportunità irripetibile che le è appena stata offerta, in un momento in cui nessuno può permettersi di sbagliare o rallentare. Come se non bastasse, dopo quella tazzona di caffè Katherine ha davvero bisogno del bagno, ma ancora non sa che deve correre per 40 minuti prima di trovarne uno in cui una coloured woman è ammessa. Ebbene sì, anche i geni della NASA sono ridicoli.

Nel frattempo, in un’altra area del quartier generale, Dorothy Vaughan (Octavia Spencer) sta puntando a diventare il primo supervisore di colore della storia. Non importa quanto Miss Mitchell (Kirsten Dunst) sia ingiusta e razzista, Dorothy ha un piano perfetto per portare lei e le sue fedeli “computers” di colore a gestire i nuovi computer IBM appena arrivati in ufficio, proprio per soppiantare il loro prezioso lavoro.
Dorothy però non è l’unica ambiziosa del gruppo: Mary Jackson (Janelle Monáe) vuole diventare un ingegnere e costruire navicelle spaziali, ma per fare richiesta per il ruolo deve prima seguire un corso all’università dove non hanno mai ammesso donne. Finché non è arrivata lei.

Se per un attimo queste tre splendide donne ci lasciano credere di essere sensibili e deboli è solo un’illusione: nessuno è più tenace e determinato di loro, e ancora più importante è lo spirito in cui affrontano le loro battaglie millenarie che nascondono i volti di mille altre donne.

Probabilmente, infatti, le scene più belle del film sono proprio quelle in cui Katherine, Dorothy e Mary sono a casa a cucinare deliziose pietanze, spettegolando sugli uomini e ballando come delle teenagers. Ridono e ridono ancora, felici e grate del dono che hanno, quello di essere più intelligenti della media, di avere qualcosa in più, quello che conta.

Ma la verità spaccacuore è che dietro le loro menti geniali, ci sono tre donne normali con delle vite normali, un marito, un nuovo amore ed il tempo di scherzare e sdrammatizzare quando tutto è fin troppo serio. La loro voglia di vivere, la loro energia, il loro spirito ottimista e positivo sono la vera chiave di lettura del film, che al contrario di film del genere (vedi The Help) abbandonano la pesantezza del tema e scelgono la leggerezza della verità e della giustizia, quella che a volte, in rari casi, viene fatta.

I colori degli smalti sulle loro unghie, il rosso accesso dei rossetti sulle loro labbra e i loro vestiti sgargianti sono volutamente in contrasto con la palette fredda degli uffici della NASA, in cui tutto è freddamente grigio, bianco e nero.

La cosa più rassicurante e calorosa sono i capelli brizzolati di Al Harrison (Kevin Costner), il capo di Katherine, che con la sua espressione cordiale vuole dire solamente una cosa: io ci sto credendo. Lui è lì per darle la chance di essere la prima donna a tracciare la traiettoria del volo che manderà il primo americano nello spazio, la prima afro-americana che farà parte della storia USA tanto quanto il pilota John Glenn (Glenn Powell), perché senza di lei niente di tutto questo sarebbe successo.

Il cast scelto per il film funziona alla perfezione e regala una performance formidabile, tanto da vincere lo Screen Actors Guild Award per il miglior cast cinematografico. Inoltre il film, tratto dall’omonimo libro di Margot Lee Shetterly, si è beccato ben tre nomitantion agli Oscar e una calorosa accoglienza da parte del pubblico.

Finalmente un film che mette di buon umore e fa bene al cuore, ricordandoci quanto siano importanti i finali felici, soprattutto quando sono tratti da storie vere e nemmeno lo sapevamo.

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