Cinema

Rosso Istanbul: Recensione del nuovo film di Ferzan Ozpetek

rosso istanbul

Titolo: Rosso Istanbul

Genere: Drammatico

Anno: 2017

Durata: 115′

Sceneggiatura: Ferzan Ozpetek, Gianni Romoli

Regia: Ferzan Ozpetek

Cast: Halit Ergenç,  Tuba Büyüküstün, Nejat İşler,  Mehmet Günsür,  Serra Yılmaz

Chi guarda al passato non vede il presente. Mentre guardiamo il Bosforo scorrere davanti ai nostri occhi insieme a Orhan Sahin, il protagonista del nuovo film di Ferzan Ozpetek Rosso Istanbul, percepiamo quanto questa verità sia in parte una bugia. Perché non esiste presente senza passato, non può esserci un oggi senza che ci sia stato uno ieri.

E’ il 13 maggio del 2016, Orhan Sahin torna a casa, ad Istanbul, dopo un allontanamento volontari durato 20 anni. Ad accoglierlo sull’uscio della sua rossa casa affacciata sul Ponte sul Bosforo Deniz Soysal, un famoso regista turco che ha chiesto all’uomo di aiutarlo nella stesura del suo romanzo. Il libro è una sorta di biografia romanzata del cineasta, in cui i personaggi hanno nomi, vizi e atteggiamenti delle persone a lui vicine. Persone che hanno vissuto e vivono la sua quotidianità di sceneggiatore e regista diviso – come la sua città – tra l’Oriente e l’Occidente, in costante bilico tra un presente e un passato dall’egual ingombrante peso.

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Rosso Instabul è un film profondamente divisivo, in cui lo schema della scomposizione in due (o più) ritorna prorompente nei personaggi e nei luoghi che attraversano. Tra i canti dei muezzin e i rumori delle trivelle intente a scavare, i grattacieli a cui si affiancano decoratissimi palazzi di epoche passate, Deniz, Neval e Yusuf raccontano di esistenze che hanno preso strade volute e non volute, risultato di un processo di mediazione tra ciò che si desidera e ciò che si ritiene più giusto. Ad ascoltare il racconto di una vita, la scoperta dell’amore, le piccole abitudini un silenzioso Orhan, restio invece a dar voce al perché del suo lungo periodo lontano da casa.

Eppure è lui il personaggio che comunica più di tutti, perché in Rosso Istanbul raccontano più i silenzi delle parole. Quegli sguardi taciti e malinconici, a cui in questo film Ozpetek dà un peso centrale, lasciando per un attimo da parte quell’energia e quel movimento che hanno contraddistinto le sue ultime opere. La comunicazione paraverbale predomina sulla voce, lasciando così ai personaggi e allo spettatore il tempo di meditare, riflettere e riflettersi in uno specchio umano in cui sono da subito visibili le crepe.

Rosso Istanbul è una mescolanza di generi e di temi, in cui trovano spazio la commedia, il dramma, l’amore, tenuti insieme da un racconto che parla a tutti coloro i quali nella vita hanno perso, vinto, amato e odiato. Perché Rosso Istanbul è una riflessione sulla vita e sulla morte, sulla perdita e sulla partenza, sulla distanza e sulla vicinanza alle cose e alle persone. È un invito ad abbracciare il futuro senza dimenticare il passato, ma soprattutto senza rimanerne imprigionati.

La prima parte del film si concentra sul processo di costruzione di un’opera di fantasia come un romanzo. Ci si perde come Orhan a cercare nella realtà i tratti della finzione e viceversa: chi e cosa ci circonda, ma soprattutto come costruiamo e proiettiamo dentro le pagine le nostre fantasie, ansie, aspirazioni, volontà. Come, in poche parole, ci raccontiamo, anche quando crediamo di scrivere di qualcosa che non ci riguarda.

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Poi il rosso diventa giallo e sembra che la pellicola inizi a prendere una certa piega, un certo percorso. E mentre scorrono i minuti, ci si accorge sempre di più di essere stati di nuovo ingannati.  Rosso Istanbul è un film investigativo, ma la persona su cui si indaga non è scomparsa: ricostruire i passi di Deniz significa svelare poco a poco tutte le parole non dette di Orhan e scoprire la sua di verità. In un gioco di scambio di ruoli, i due uomini cedono il posto l’uno all’altro (uno consapevolemente, l’altro meno), come due valigie che vengono scambiate su un traghetto.

Per Ozpetek come per Orhan Rosso Istanbul è un ritorno a casa, che si traduce automaticamente in un ritorno a se stessi, a quell’io sopito che ritrova linfa vitale in quel cielo terso, in quell’aria intrisa di nuovo e vecchio in cui si è cresciuti. Con la consapevolezza che solo l’età e l’esperienza possono dare.

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