Cinema

Vi presento Toni Erdmann: recensione del film di Maren Ade

toni erdmann

Titolo: Vi presento Toni Erdmann

Genere: Commedia drammatica

Anno: 2016

Durata: 162’

Regia: Maren Ade

Sceneggiatura: Maren Ade

Cast principale: Peter Simonischek, Sandra Hüller, Ingrid Bisu, Thomas Loibl, Trystan Pütter

Domanda: ma se critico un film che condanna il cinismo allora sono un cinico? Che poi è un po’ come dire, estremizzando, ma se odio gli hater sono anch’io un hater? E quindi devo odiare anche me stesso?

Paradossi, certo. Urobori, altroché. Perché sulla carta a nessuno piacciono i cinici, è un sentimento deprecabile, antisociale e meschino. Viviamo nell’epoca del buonismo e del politically correct, del volemose bene e dei marmocchi negli spot. Ok, tutto vero, ma siamo sicuri che sia così? O le nostre non sono altre che maschere? Quante volte ci siamo mostrati accondiscendenti per il bisogno di essere approvati, e quanto ci sentivamo di merda un attimo dopo? E cos’è il cinismo se non un’altra, l’ennesima, maschera?

La maschera, il travestimento, la mistificazione. E’ da questo nucleo drammatico che muove la divertente comedy girata da Maren Ade, Vi Presento Toni Erdmann. Una commedia degli equivoci piena zeppa di scambi di identità, scambi di camicetta, doppie personalità, alter-ego e figlie sostitute. Si pensi al dettaglio visivo più emblematico e ricorrente, la dentiera, o si pensi semplicemente al titolo, Toni Erdmann, non il vero protagonista bensì il suo pseudonimo, il travestimento grazie al quale un padre metterà sua figlia di fronte alla verità e alla necessità di un cambiamento.

La maschera e di riflesso l’identità, insieme alla famiglia, allo scontro generazionale e al tempo non come memoria ma come caducità, sono i principali macrotemi che alimentano l’opera.

Il tema della maschera è da sempre in strettissima connessione con il tema dell’identità, del resto la maschera stessa nei rituali indigeni veniva adoperata per trascendere la propria dimensione empirica ed entrare in contatto con il pantheon delle divinità. O ancora, in ambito artistico e teatrale, la maschera veniva indossata dagli attori della tragedia greca per nascondere la propria identità e amplificare la voce e il carattere del personaggio i cui panni si indossavano.

Divagazioni a parte, la maschera assolve da sempre a due chiare e semplici funzioni: nascondere e camuffare. Ma il bello di questo film è che ne aggiunge una terza: le maschere che non nascondono ma rivelano. Lo si capisce sin dal principio. Wilfred all’ignaro postino che bussa alla porta esibisce una doppia personalità, la sua e del fratello immaginario, mentre un attimo dopo lo vediamo uscire di casa con indosso il trucco pesante di uno spettro e recarsi nell’istituto dove lavora per mischiarsi tra altri suoi simili ed esibirsi in uno spettacolo corale. Ora, rileggete un attimo quest’ultimo periodo: non è forse quello che facciamo tutti i giorni?

Perché in Toni Erdmann, in questa tragicomica e grottesca commedia degli equivoci, in questa dramedy sospesa tra tragedia e farsa, intrattenimento e approfondimento, leggerezza e analisi, si affermano due tipi distinti di maschera, incarnati dai due emblematici protagonisti: la maschera sociale di Ines e la maschera deformante di Winfred. Winfred e Ines rappresentano due idealtipi, due archetipi letterari forse anche troppo paradigmatici, messi a confronto in questa dicotomia generazionale.

Ines è la donna in carriera, una macchina da guerra arrivista e stronza, una professionista diligente e rispettabile, piena di energia, attivismo, voglia di fare ma – un ma grosso come una casa – personalità fragile, ingannevole, che indossa la maschera del pragmatismo sfrenato come mezzo per acquisire legittimità sociale. Ines non è umana, vive i rapporti personali come rapporti di potere, come una forma narcisistica di tirannia, e per questo la vediamo infliggere dolore e umiliazione  ai suoi interlocutori, sempre attraverso il potente mezzo dello sguardo, forzandoli a osservare o ad essere osservati nell’atto di esperienze sgradevoli (Wilfred con la coca e Tim con la masturbazione).

Wilfred all’opposto è Toni Erdmann, Calibano, Quasimodo, Mr. Hyde, il mostro ripugnante che, come tradizione letteraria insegna, assume delle sembianze deformi e così facendo libera dal peso delle apparenze e dà risalto all’essenza delle cose, alla loro dimensione profonda e autentica. Toni è il diverso, il freak, l’alieno, declinato in un moderno malandrino dall’indole cazzona il cui unico rifugio è l’ironia, ma anche uomo di buon cuore, arioso, vitale, premuroso, che non si accontenta di vivere ma che si rivolge alla vita dandole del tu. La sua è una missione educatrice, civilizzatrice, perché la vita è quella cosa che ti capita mentre stai cambiando maschera.

Entrambe le figure pagano forse lo scotto del loro essere troppo canoniche, idealizzate, a rischio di stereotipo e luogo comune, ma la scrittura del film e la recitazione complessa e credibile dei due protagonisti, grandi attori nel mostrarsi grandi attori, scongiura in buona parte questa deriva, donandoci due personaggi a tutto tondo che letteralmente vivono, lottano e si cimentano con le insidie del quotidiano cercando di non perdere la bussola.

L’autrice colloca queste due figure alienate sullo sfondo astratto di una Bucarest lacerata da contraddizioni stridenti, ricchezza e povertà, modernità e tradizione, nazionalismi e globalizzazione, e ricordandomi in questo una sorta di Lost In Translation in salsa europea. Padre e figlia vagano, si sfiorano, si perdono e si ritrovano, mentre lo sguardo li rincorre con un’aria distratta, informale, che si stempera pian piano modellandosi sul disgelo del bellissimo rapporto affettivo che scandaglia.

Il tessuto espressivo si compone così di sgrammaticature, ellissi, cesure, fibrillazioni in forma di immagini, sequenze circolari che hanno la durata, il ritmo e l’economia di una barzelletta (il primo incontro con Toni al ristorante, il climax del brunch aziendale). La messa in scena è disadorna e ruvida ma anche sensibile e vivace, non disdegna sia i momenti di durezza assoluta, come gli spietati scambi verbali tra padre e figlia, sia quelli di tenerezza, attardandosi a mio avviso eccessivamente su alcuni facili sentimentalismi (gli abbracci, i pianti). Come quando la totale assenza di soundtrack si rivela brutalmente funzionale a enfatizzare l’unico momento musicale del film, in cui Ines confessa a squarciagola la sua crisi.

Ma la chiave di senso dell’opera resta indubbiamente psicologica: la sfida personale di un padre che, in preda anche a probabili sensi di colpa, vuole ricostruire l’identità della figlia risvegliando in essa il rimosso, l’essenza, le emozioni, rimaste a lungo sopite perche atrofizzate dalla supremazia dell’immagine e del rispettabile. E per questo ricorre alla maschera del deforme, dell’assurdo e del risibile. Wilfred viene da una generazione in cui omologazione e conformismo non erano così imperativi, in cui il bisogno di approvazione non era tutto, e allora è più liberatorio grattugiarsi del formaggio sulla testa che farsi una sniffata per seguire il gregge.

In fondo il messaggio di Toni Erdmann è tanto semplice quanto dirompente: svegliatevi gente, spogliatevi di ogni maschera, mettetevi a nudo, non siate cinici, i cani muoiono e le nonne pure e fra un po’ sarà troppo tardi anche per voi.

(Facile a dirsi, certo, ma nella realtà è tutta un’altra musica, ci tiene a precisare la mia parte cinica).

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