Cinema

La legge della notte: recensione del film di Ben Affleck

affleck

Titolo: La legge della notte (Live By Night)

Genere: Gangster

Anno: 2016

Durata: 129’

Regia: Ben Affleck

Sceneggiatura: Ben Affleck

Cast principale: Ben Affleck, Elle Fanning, Sienna Miller, Zoe Saldana, Chris Cooper, Brendan Gleeson

Il tallone d’Achille di Ben Affleck è la sua figura ingombrante, sia fisicamente che metaforicamente. E quando comincia ad esserlo anche nei propositi, allora l’ambizione diventa delirio e la barca fa acqua.

In La legge della notte, maldestro tentativo di descrivere l’origine degli splendori yankee come epopea di miserie e sangue, l’autore Ben Affleck affida le chiavi del progetto all’attore Ben Affleck e, senza un minimo di umiltà o discernimento, lo lascia al centro della scena dal primo all’ultimo minuto. Non solo. Come se non bastassero la sua onnipresenza scenica e la sua prospettiva ristretta sugli eventi, gli affibbia una voce narrante, lo trasforma in un eroe senza macchia e riduce i coprotagonisti a mere pedine di contorno, caratteri interscambiabili nella scacchiera dell’autore-demiurgo, la cui identità si sostanzia unicamente nella misura in cui entrano in rapporto con la star. Regista, protagonista, sceneggiatore, punto di vista univoco e voce narrante, filo conduttore e centro di gravità permanente, caro Ben, datti una regolata.

La prima crepa dell’opera è dunque l’egocentrismo autoreferenziale di Ben, che crea dei forti squilibri nell’universo compositivo del film, soffrendone sia in termini scenici che simbolici. Mi spiego.

Il plot non desta particolare avversione, i topoi narrativi del gangster movie sono gestiti con grande aderenza al genere e malgrado lo scivolamento saltuario verso il cliché (la femme fatale, le colpe dei padri, l’ultimo colpo prima di voltare pagina), la mano ferma con cui l’autore orchestra la progressione fa breccia e tiene alta l’attenzione. Diciamo la verità, Ben è un bravo regista – Argo, The Town e Gone Baby Girl sono lì a ricordarlo – e qui dà un ulteriore saggio della sua caratura tecnica e teorica, da navigato maestro. Il controllo della macchina da presa (si veda il piano sequenza con camera a mano della prima rapina), la padronanza di ritmo e tensione, la messa in scena variegata e avvincente, la costruzione di dialoghi affilati e maturi,  l’alternanza di campi lunghi e primi piani, inquadrature fisse e carrelli, testimoniano esperienza, intuito e consapevolezza.

Ma dicevamo degli squilibri nell’economia della storia. I personaggi secondari sono figure marginali, di contorno, non hanno caratterizzazione psicologica adeguata, la loro condotta è brutalmente funzionale alla storyline del protagonista. I tempi, avvincenti e rocamboleschi nel primo blocco, si restringono, infittiscono sempre di più nella parte centrale, evitando i tempi morti ma nel contempo cannibalizzando quei segmenti descrittivi e distensivi, dannosi alla progressività ma essenziali al respiro e all’analisi psicologica.

L’ambientazione resta sempre sullo sfondo, non diventa mai protagonista o paesaggio mentale, ma sembra più un travestimento barocco. Non c’è approfondimento degli ambienti sociali ma solo giustapposizione di stereotipi spicci, gli italiani bevono l’espresso, gli irlandesi gestiscono un pub e i cubani ballano la salsa. Ma stiamo scherzando, vero? E questo nonostante il racconto punti palesemente dal particolare al generale, cercando di tracciare la nascita di una nazione attraverso la sua epopea di barbarie e conflitto multiculturale. Per non parlare della ahimè fastidiosissima voce narrante che verbalizza i passaggi chiave, solo per quella la pellicola perde un montagna di punti.

E qui veniamo al vero nodo gordiano dell’insieme: la recitazione di Ben Affleck e il suo analfabetismo espressivo. Il personaggio di Joe Coughlin palesa ben due criticità: è scritto male ed è recitato peggio. Se sulla carta è interessante la figura del reduce della grande guerra che ritorna alla civiltà mostrandosi incapace di riadattarsi alle regole, ossia il confine morale tra soldato e fuorilegge, tra soggetto che uccide per una causa e soggetto che uccide per una scelta, la trattazione del personaggio è meccanica e piatta. Il protagonista non accenna a sfumature, contraddizioni o attriti, è inattaccabile sia nella sfera privata che pubblica, e nel suo essere troppo perfetto, virtuoso, edificante, risulta manicheo e indigesto.

In più c’è il Ben Affleck attore, non so per voi ma per me il peggio in circolazione, la sua monotonia espressiva è disarmante, vuole mostrarsi sommesso ma risulta catatonico e inebetito, anche dopo un calcio nei bassifondi. E in più ha questa stazza ingombrante a cui si accennava, da bradipo ubriaco, occupa la scena con goffa fisicità e sembra la controfigura di se stesso. Per cui crolla rovinosamente l’empatia con il protagonista, l’identificazione, il transfert, uno dei meccanismi cardine di qualsiasi racconto di finzione.

Peccato. Perché alcuni elementi del film, sia di matrice tematica che stilistica, si facevano apprezzare. I due padri tormentati e contegnosi, magistralmente interpretati da Brendan Gleeson e Chris Cooper; le convincenti prove di Chris Messina, Zoe Saldana e Sienna Miller; il conflitto tra controllo e potere, tra la volontà di un uomo pratico che cerca l’armonia privata e la resistenza ad un contesto pubblico dominato dal sopruso; il tema dell’ambiguità morale, in un momento storico in cui il progresso si costruisce grazie alla barbarie, e l’innocenza viene corrotta dalla depravazione prima, e dall’ingannevole mistificazione dei dogmi poi, sublimando nella splendida figura di Elle Fanning la labile distanza tra bene e male, buoni e cattivi, paradiso e inferno.

Il paradiso è qui”, ci dice l’onnipresente Coughlin nel finale manierato alla The Town: certo, nel paradiso multietnico dei self made men e dell’american dream, ma ha il colore della coscienza sporca e il sapore acre della cordite.

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