Pilot 2017

La Porta Rossa: Recensione del primo episodio

La Porta Rossa
RAI FICTION

La prospettiva con cui lo spettatore si pone davanti ad un’opera e la giudica, dipende quasi esclusivamente dal bagaglio conoscitivo e di esperienze che ha e quasi mai dall’intento dell’artista. Potremmo dire che quindi uno stesso oggetto ha diversi livelli di percezione e comprensione che non sono raggiungibili da tutti nella loro interezza. Questo accade con i film, le canzoni, i libri, i quadri, le installazioni, l’architettura e anche con la televisione. Inutile negare, soprattutto a voi lettori, che avere un bagaglio sulle spalle che contiene la visione di un numero vergognoso di prodotti americani e inglesi non aiuti quando si ha davanti lo schermo del nostro paese. Questo non per il solito motivo snobista che porta molti a vergognarsi quasi di aver acceso la tv in salotto per errore, ma perché è abbastanza ovvio che in campo seriale la Rai abbia molto da lavorare, soprattutto abbia molta strada da fare per recuperare un pubblico disamorato e scettico. Mai come nel 2016 però, abbiamo constatato una tendenza a cercare idee e prodotti nuovi e soprattutto una voglia di dimostrare che i prodotti seriali non abbiamo bisogno di comprarli ma siamo capaci di farli anche da soli.

La Porta Rossa, nuova serie di rai2, si inserisce in questo contesto innovativo e se vogliamo sperimentale, iniziato da Non Uccidere e passato per La Mafia Uccide solo d’Estate, ma è capace di fare un passo in più e di essere oggettivamente un prodotto molto lontano dai soliti investigativi made in italy.

UN DIVERSO SCHEMA NARRATIVO

Il tema del fantasma che torna indietro tra i vivi perché ha questioni in sospeso è sicuramente caro alla letteratura mondiale da sempre, ricordiamo Euripide, Shakespeare e poi i più moderni Bronte, Dickens e King, senza contare le influenze che questi autori hanno avuto in molte altre branche dell’arte come la pittura o il cinema. Di questa pesante tradizione sul tema dell’aldilà che torna a tormentare il presente, Carlo Lucarelli, sceneggiatore della serie, sembra avere coscienza. Il modo di raccontare la storia della porta rossa infatti è prepotente, a cominciare dal suo protagonista Cagliostro che sembra più il bullo di periferia che un commissario, continuando con l’uso continuo di panoramiche di Trieste e la fotografia nordica che però usa lo “sfumato” nei flashback, finendo con una colonna sonora beethoveniana che pervade ogni scena della serie invece di essere solo un tappeto musicale.

La Porta Rossa è consapevole di essere una serie TV con un elemento sovrannaturale e non se ne vergogna, ma anzi esagera e contorna con linee molto marcate tutti i personaggi: il cattivo iniziale sembra un membro della yakuza giapponese con tanto di cappotto con bordo di pelliccia; la teenager coprotagonista è innamorata dal bello e dannato che gira in Maserati, ma verrà sicuramente aiutata dal ragazzo un po’ nerd che suona la campana tibetana; il vero assassino di Cagliostro ha i guanti neri di pelle; quando il fantasma si avvicina troppo la corrente si abbassa; l’ufficio del commissariato sembra un set di un film di Batman e la moglie del protagonista è in pericolo.

L’impressione da questo primo episodio è quella di una esagerazione controllata e volontaria di certi aspetti della storia, quasi a volersi ispirare al fumetto e alla tradizione dei manga giapponesi per lasciare indietro quella del thriller alla vecchia maniera. Questa narrazione diversa, sicuramente funziona perché lo spettatore medio non ha mai visto una cosa simile, e grazie alla saggia eliminazione del fattore “passo attraverso i muri” e “faccio gli scherzi a tutti tanto non mi vedono”, la porta rossa guadagna serietà e profondità. Inoltre già dal primo episodio Lucarelli si prende del tempo per approfondire psicologicamente ogni singolo personaggio e membro della squadra, sacrificandone un po’ il ritmo, ma anche in questo caso scegliendo un percorso da premiare per la sua diversità; avrebbe potuto infatti giocare facilmente con il tema del sovrannaturale, ma preferisce la via dei sentimenti e del ritratto interiore.

COSA C’è CHE NON VA:

Abbiamo detto all’inizio che più sono le esperienze passate maggiore è il livello di percezione che si ha di un’opera, nel caso televisivo in questione chi ha visto prodotti come True Detective o Broadchurch non può non sottolineare i difetti di questa nuova serie targata Rai2. La porta rossa è carente principalmente in due punti: la recitazione e la profondità dei dialoghi. Per quanto riguarda il primo punto la questione è trasversale e l’unico a salvarsi è Antonio Gerardi, che risulta l’unico attore a essere credibile in tutte le scene in cui è presente, il resto del cast è altalenante.

Ci sono scene molto buone in cui Guanciale è davvero capace e credibile ed altre in cui la serie inciampa e non procede: ad esempio i momenti tra il protagonista e la ragazza sono totalmente privi di emozione e coinvolgimento. Per quanto riguarda i dialoghi in molti casi alcune battute risultano un po’ banali e vuote (vedi “mi ha ribaltato la vita”) e fanno cadere la serie al livello di soap opera americana scadente, ma nel complesso prevale una buona scrittura che forse andrebbe limata di alcune ovvietà. La porta rossa ha il pregio di essere consapevole di quello che è e di saper esagerare alcuni tratti della sua storia e di eliminarne altri, riuscendo così a trovare un buon equilibrio tra serie sovrannaturale e TV italiana. Se avesse prestato più attenzione al casting e ad alcuni dialoghi probabilmente sarebbe potuta essere la vera rivelazione di Rai Fiction.

Resta un buon episodio pilota, una narrazione sicuramente diversa e innovativa e una parte d’Italia  che non siamo abituati a vedere spesso, in questo e per questo la porta rossa si merita un giudizio di incoraggiamento e di premio. Una serie differente, prepotente e con un’ottima indagine psicologica dei personaggi, con alcuni difetti sicuramente colmabili, ma di cui vi consigliamo un’occhiata.

Good Luck!

Angolo della Vipera (si fa per ridere):

Ci sono momenti in cui mi ricorda un sacco i drama koreani

Gabriella Pession investiamo in reggiseni please…

Il cattivo “Messicano”…ed è subito “Jeeg Robot”

Speriamo evitino la costruzione di vasi di creta…

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