Cinema

Split: la recensione del film di M. Night Shyamalan con James McAvoy

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IMDb

Titolo: Split

Genere: thriller, horror

Anno: 2017

Durata: 1h 57 min

Regia: Manoj Night Shyamalan

Sceneggiatura: Manoj Night Shyamalan

Cast principale: James McAvoy, Anya Taylor – Joy, Betty Buckley, Haley Lu Richardson, Jessica Sula

Due film. Sono bastate solo due pellicole a far nascere un mito. Il Sesto Senso nel 1999. Unbreakable nel 2000. Due titoli sufficienti a lanciare Manoj Night Shyamalan nell’esclusivo olimpo dei cineasti, il cui solo nome era sufficiente a far schizzare alle stelle le aspettative entusiaste di un pubblico impaziente di scoprire quale fosse il cliffhanger finale della storia raccontata nella prossima opera del regista indiano. Ma i miti hanno in comune con le leggende un solo triste aspetto. Possono essere delle illusorie bugie. E così è stato per Shyamalan, i cui lavori successivi sono stati un precipitare dapprima lento e poi sempre più rapido in un precipizio fatto di scelte sbagliate, sceneggiature ricche più di buchi logici che di idee sorprendenti, litigi con produttori e cast e budget sprecati. Sembrava finita. E invece.

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Un ritorno atteso troppo a lungo

Invece, una piccola luce si era cominciata a vedere con The Visit, film horror a basso budget prodotto dalla Blumhouse di James Blum, unico a credere che una qualche verità nascosta ci fosse in quel mito bugiardo che era diventato Shyamalan. E magari per far riemergere quelle qualità ormai affondate in una palude di errori serviva lavorare per sottrazione, togliendo e non aggiungendo, alleggerendo il regista del peso di grandi produzioni e cast all – star sovrabbondanti. Quanto peso abbia avuto il produttore di Los Angeles nella rinascita del regista nato a Mahe è difficile stabilirlo, ma quel che Split dimostra in modo inequivocabile è che il difficile percorso di ritorno alle origini è ormai pienamente completato.

Shyamalan è tornato ed è il giudizio più che positivo che questo film merita ad essere la più lieta novella per gli amanti di un genere di cinema che languiva tra troppi sequel, remake, reboot e idee riciclate senza alcun tocco di originalità. Perché Split è un film che recupera tutti i pregi delle opere prime di Shyamalan e riesce a volare alto essendosi liberato del peso opprimente di quella zavorra di cui il regista indiano si era caricato volontariamente.

Il cinema di Shyamalan non è fatto degli spazi aperti di E venne il giorno o del ridicolmente fantascientifico After Earth. Non sa orientarsi nelle terre tanto affascinanti quanto labirintiche del fantasy, in cui finisce per smarrirsi come accaduto per L’ultimo dominatore dell’aria. Non riesce a gestire produzioni ad alto costo, dove deve confrontarsi con personalità attoriali forti come un Will Smith o un Mark Whalberg.

Al contrario, Shyamalan eccelle quando ha la possibilità di lavorare in piena autonomia, scrivendo trame che non hanno bisogno di aprirsi in complicazioni superflue (che lo portano a sceneggiature in formato groviera), ma che invece restano lineari fino ad arrivare ad un climax finale che, pur sconvolgendo spesso lo spettatore, non rinnega quello che è successo ma lo fa rileggere da un punto di vista differente e inatteso. Allo stesso tempo, un cast ridotto permette al regista di concentrarsi su pochi personaggi riuscendo a delineare meglio la personalità di ognuno facendo così guadagnare al film compattezza e profondità.

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Un thriller di spazi chiusi e menti aperte

La felice disponibilità di tutte queste caratteristiche fa diventare Split l’occasione ideale per il riscatto definitivo di Shyamalan. Occasione pienamente sfruttata dal regista, realizzando un thriller claustrofobico che si muove in spazi ristretti che la regia sottolinea con inquadrature che mostrano come tutti i personaggi riempiano la sempre la scena ridotta. Alla claustrofobia degli ambienti si oppone, idealmente, l’ariosità della sceneggiatura, che dissemina flashback apparentemente innocui che caratterizzano con tratti essenziali ed incisivi la personalità di Casey, unica delle tre rapite ad essere in grado di opporsi alla strabordante personalità multipla di Kevin.

Sono queste breve disgressioni a rendere credibili gli atteggiamenti inizialmente remissivi e poi sempre più intraprendenti della ragazza, spiegando anche i perché del suo emarginarsi. Soprattutto, sono queste istantanee dal passato a permettere al twist finale (in realtà, stavolta, molto più prevedibile del solito) di essere coerente con la storia raccontata fino a quel momento scansando quei fossi logici in cui erano cascati i film precedenti. Per questa stessa ragione, anche le visite con la dottoressa Fletcher, le cui teorie estreme potrebbero sembrare una funesta esagerazione, contribuiscono a dare corpo alla storia diventando persino una concausa della deriva violenta e quasi superomistica che i deliri del protagonista prendono alla fine.

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Un James McAvoy in stato di grazia

Gli indubbi meriti del regista, che non si fermano alla sceneggiatura ma includono anche una regia sapiente e una fotografia che stende un velo di malsana normalità su ciò che normale non è, sarebbero stati sufficienti a fare di Split un film sopra la media. Ma è innegabile che il vero valore aggiunto della pellicola è l’interpretazione di James McAvoy. Vedere il nome dell’interprete del professor Xavier della saga X – Men nel cast avrebbe potuto far pensare ad uno specchietto per le allodole e ad una opportunistica concessione allo star system. Ma bastano pochi attimi ad accorgersi di quanto errata sia questa idea.

Perché McAvoy è qui in uno stato di grazia quale mai si era visto finora. Chiamato ad interpretare un personaggio con personalità multiple (ben ventitre ne abitano nella contorta mente di Kevin sebbene solo sei siano quelle che emergono nel film), l’attore scozzese riesce nella mirabile impresa di essere pienamente credibile nel restituire sia l’ossessiva freddezza di Dennis che la logorroica calma apparente di Barry, sia la compassata spietatezza di Patricia che la fragile debolezza di Kevin, sia l’infantile spontaneità di Hedwig che la violenta onnipotenza della Bestia. Una maestria messa in mostra anche quando le diverse personalità si alternano nello stesso momento, con la voce che cambia tono e accento durante lo stesso discorso e lo sguardo che sa trasfigurare le espressioni del volto con immediatezza e convinzione. Una lieta sorpresa è invece la giovanissima Anya Taylor – Joy, brava a far trapelare all’esterno i tormenti interiori del suo personaggio, usando spesso solo silenzi sospesi e sguardi trattenuti.

Split è, infine, un film che lascia pienamente soddisfatto lo spettatore che esce dalla sala con la sicurezza di aver investito bene le quasi due ore della visione. E, soprattutto, ripetendo con un malcelato sorriso (complice anche un inatteso cameo finale) che Shyamalan è tornato.

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