Cinema

Silence: recensione del film di Martin Scorsese

silence
IMDb

Genere: Drammatico, storico

Anno: 2017

Durata: 2 h e 41 min

Regia: Martin Scorsese

Sceneggiatura: Jay Cocks e Martin Scorsese

Cast principale: Liam Neeson, Andrew Garfield, Adam Driver, Tadanobu Asano, Ciaran Hinds e Issei Ogata

Tra le tante regole che governano l’organismo umano ce n’è una di particolare importanza: la spinta all’autoconservazione. Quest’ordine condiviso tra gli esseri viventi è fondamentale per garantire la vita sulla terra. Se non ci fosse una spinta a sopravvivere probabilmente quattro miliardi di anni fa alla prima entità vivente non avrebbe fatto seguito una seconda, e così lo stesso discorso vale per quelle che sono venute dopo. Sono queste le ragioni che rendono il martirio umano un atto così controverso e allo stesso tempo stupefacente: perché spegnere in modo innaturale questa spinta che ci trascina verso la vita nel nome di un’entità superiore la cui esistenza non è certificabile?

Silence racconta l’atto del martirio nel Giappone del XVII secolo attraverso gli occhi di due padri Gesuiti, Rodrigues (Andrew Garfield) e Garupe (Adam Driver). Giunti nel paese del Sol Levante per ritrovare padre Ferreira (Liam Neeson) creduto disperso da 10 anni, si ritrovano ad affrontare l’inquisizione nipponica nei confronti del Cristianesimo. Inizialmente disposti a diffondere il loro credo in modo discreto ma comunque deciso, troveranno la loro fede messa a dura prova da eventi crudi e da una cultura quasi monolitica.

Sembra quasi superfluo dirlo visto il titolo, ma è il silenzio il perno centrale del film che mai come in questa pellicola si presenta multiforme. E’ silenzio la natura immacolata del Periodo Edo, sono silenziosi i padri costretti ad abiurare per avere salva la vita ma in modo più importante e indiscusso ci viene mostrato Suo Silenzio. Gran parte delle scene del film ritraggono i vari personaggi rivolgersi a Dio chiedendo pietà per i morti e aiuto per i vivi. Ma se le voci dei padri gesuiti e dei giapponesi arrivano chiare e forti al cielo e allo spettatore, da lassù non arriva nessuna risposta. E di nuovo ci chiediamo: perché vediamo dei contadini sacrificarsi nel nome di un’entità che non si degna di rispondere alle loro preghiere o di evitare l’avvento di tragedie?

Arriva così la fede a dare fondamenta a questi comportamenti. I contadini sperano in un paradiso che possa liberarli dalle sofferenze e da un’esistenza terrena mediocre, mentre i protagonisti sperano che il Verbo da loro portato si manifesti come unica verità e riesca a piegare l’inquisizione giapponese. Ma la fede non basta. Così il silenzio diventa una sberla in faccia, poi un dubbio e infine la certezza di abbandono.

Emblematico è il personaggio di Rodrigues, che non solo nell’aspetto ma anche nei fatti pare ripercorrere la vita di Gesù. Nella prima parte del film lo vediamo circondarsi di discepoli che istruisce e coltiva, viene poi tradito da uno di questi per del denaro e infine prossimo alla sua morte, qui metaforicamente resa con l’abiura, grida all’abbandono da parte di Dio, ma anche da parte del padre Ferreira. Liam Neeson intepreta qui un personaggio sgradevole ma non per questo inetto. Anche padre Ferreira aveva vissuto le stesse vicende di Rodrigues, ma aveva capito che il Giappone non era terreno fertile per il cristianesimo, e così contagiando con la rassegnazione il discepolo Rodrigues lo porta alla sua scelta finale ma non definitiva.

Silence si consacra quindi come un film fortemente introspettivo e mistico. La religione cristiana viene scandagliata, esponendo le sue luci e le sue ombre: ha veramente senso definire la parola Cristiana verità assoluta, quando anche il messaggio della Chiesa altro non è che un’interpretazione del messaggio di Gesù? Questa domanda stupisce nella sua attualità. Del resto produrre un film del genere in un’epoca dove esistono solo ideali relativi, e dove nessuno si sacrificherebbe per un’idea puramente astratta, richiede coraggio ma soprattutto volontà di far riflettere lo spettatore, che alla fine del film si trova sconfitto e, giustamente, in silenzio.

Ma se da un lato questo film è dirompente con il suo messaggio, dall’altro è eccezionale nel suo comparto tecnico. La fotografia è semplicemente perfetta per ogni situazione e la regia di Scorsese ci ha mostrato un Garfield poliedrico, facendoci rimpiangere il poco minutaggio dedicato ad Adam Driver (che se volete vedere risplendere potete farlo con Paterson). Buona anche la performance di Neeson che, mentre non è al telefono a minacciare gente, sembra potersi dedicare dignitosamente a qualche preghierina.

Scorsese torna nelle sale con un’opera che sicuramente ha tanto da dire alla nostra società, ripescando fatti storici non particolarmente noti. Il film però ha un suo peso, vista la lunga durata e l’impegnativo messaggio, per cui non andatelo a vedere se siete alla ricerca di un prodotto leggero, perché non lo troverete. Per quelli che invece cercano tutt’altro è assolutamente consigliato.

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