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Ransom: recensione dell’episodio 1.01 – The Return

Frank Spotnitz ha co-prodotto e scritto un numero considerevole di episodi di X-Files. Produttore esecutivo di recenti serie di buona fama come Medici: Masters of Florence e soprattutto The Man in the High Castle, è all’esordio nell’emittente CBS con Ransom, un drama ideato da David Vainola che segue le vicende di Eric Beaumont, esperto di negoziazioni per casi di rapimenti e sequestri. E sì che il suo curriculum dovrebbe essere di per sé garanzia della qualità –almeno a livello di format- del prodotto. Così evidentemente non è, almeno stando alla première di quello che si presenta come un canonico police procedural, filone del dramma poliziesco che vede solitamente un personaggio estraneo ad un ruolo istituzionale ben definito (leggi: investigatore privato, consulente esterno et similia) affiancare figure più canoniche (leggi: polizia e derivati). Così si presenta Luke Roberts nell’interpretare il ruolo principale, liberamente (si spera molto liberamente) ispirato alla figura di Laurent Combalbert, negoziatore francese di fama mondiale.

Il segreto per la buona riuscita di show di questo genere, come insegna lo stesso Spotnitz, sta nella caratterizzazione del protagonista e, spesso, nell’affiatamento con un comprimario, più direttamente coinvolto nelle vicende affrontate rispetto al resto della squadra (Richard Castle e Kate Beckett in Castle, Patrick Jane e Teresa Lisbon in The Mentalist, Adrian Monk e Natalie Teeger in Monk e via dicendo). Se infatti in show a trama verticale come quelli in questione, nei quali la vicenda risulta conchiusa nel singolo episodio, può scaturire un più o meno felice intreccio, quello che inevitabilmente tiene incollato lo spettatore allo schermo e dà piacere è l’originalità del main character e l’alchimia con la spalla (Mulder e Scully dicono niente, Spotnitz?). Personaggi come Patrick Jane, Fox Mulder, Cal Lightman (Lie to Me) intrigano e coinvolgono, divertono e padroneggiano il palco con la loro eccezionale presenza scenica: chi non ricorda l’ironia pungente di Mulder, l’incedere nevrotico di Cal, lo charme raffinato di Jane? Ognuna di queste figure ha avuto la capacità di ammaliare lo spettatore tanto da far passare quasi in secondo piano la vicenda narrata.

Tutto questo non accade in Ransom dove un atarassico, inespressivo Luke Roberts, vagamente compiaciuto di sé e della sua canonica, grigia e impalpabile beltà (alla “Nespresso, what else?”) si aggira sicuro, in completo firmato, tra le sceneggiature menando machismo a destra e manca. E allora inevitabile, dominato dall’anima di Steven Seagal, informato del fatto che il sequestratore prega per ricevere un segno da Dio, prorompe in un eloquente “He wants a sign? Let’s give him one” mentre s’avvia al primo di una lunga serie –c’è da crederlo- di gesta d’impavido ardore. Non so se il francese succitato Combalbert, contrario all’uso di armi nelle trattative, vedendo lo show possa provare più disperazione per un protagonista che nel giro di due scene ordina che un cecchino spari alla testa del sequestratore confidando che quest’ultimo si chini un attimo prima su cortese consiglio di Beaumont stesso schivando così il proiettile o sollievo per il fatto che il suo nome non compaia nella serie. Probabilmente entrambe le cose.

Per il resto dell’episodio vivacchiamo tra una trama di una banalità unica che ha come chicca la scena del bambino rapito perché, distratto dal suo videogioco, non si accorge di salire sull’automobile guidata dal sequestratore (!) e l’introduzione di quella che con tutta probabilità sarà la partner più stretta di Eric, ovvero Maxine Carlson, interpretata da un’incolpevole Sarah Greene (The Cripple of Inishmaan, Penny Dreadful), che già a fine episodio si rivela essere legata da rapporti tutt’altro che pacifici col protagonista.

In tutto ciò c’è spazio anche per un po’ di tecnologia superchic totalmente superflua (una lavagna olografica che riporta solo pochi dati del rapito e la frequenza della voce del rapitore) oltre che per figure di contorno a mo’ di belle statuine (Zara e Oliver) come parte dello staff di Beaumont.

I buchi nella sceneggiatura emergono evidenti a valle dell’episodio quando il buon Eric salva capra e cavoli intuendo con innato acume i dubbi morali di uno dei sequestratori capace, quest’ultimo, di affezionarsi al bambino rapito nel giro di due minuti.

Una delle colpe principali di Ransom è senz’altro l’incapacità di coinvolgere realmente lo spettatore, di renderlo partecipe alla vicenda. La risoluzione dell’intreccio è affare esclusivo del protagonista e non v’è modo per noi di aguzzare l’ingegno per affiancarci al suo lavoro (quante volte invece ci siamo sorpresi a sbottare in un istintivo “Sta mentendo!” durante la visione di Lie to Me?).

E d’altronde non avremmo neanche piacere a farlo: sfido chiunque a voler far da partner a Luke Roberts (sesso femminile escluso per ragioni altre), un attore ancora capace di cadere nel banale errore di guardare in telecamera spezzando col suo magnetico sguardo la finzione della quarta parete (e no, non riteniamo sia una trovata alla Michel, protagonista del “À bout de souffle” di Godard).

A dirla tutta, le leggerezze dei produttori della serie sono anche a monte. La scelta di aprire una finestra sul mondo dei negoziati e sulle tecniche di negoziazione non è una gran trovata. Vuoi per la ripetitività delle situazioni, vuoi per la piena saturazione di tematiche analoghe che prima o poi saltano fuori in un qualunque police crime drama.

E se pure un motivo di interesse avrebbe potuto esserci nell’analizzare i metodi psicologici alla base di una trattativa, questi sono inspiegabilmente abrogati dallo show: la presenza di Maxine, novellina della squadra di Beaumont, si sarebbe facilmente prestata a scusa per esporre le tecniche di negoziazione da adottare. Non solo ciò non avviene, ma neppure ci si preoccupa di darvi spazio (a parte una rapida menzione alla “forced position”).

Se questo primo episodio ha lasciato aperta la possibilità che si sviluppi una trama orizzontale, l’augurio è che questa non si concretizzi. Sarebbe un’inutile complicazione a uno show evidentemente concepito dal principio come riempitivo di uno spazio di programmazione scoperto della CBS. Una di quelle serie da guardare per conciliare il sonno e che non necessitano di una soglia d’attenzione molto alta. Tanto alla fine ci pensa Eric Beaumont.

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