Cinema

Collateral Beauty: recensione del film con Will Smith

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Titolo: Collateral Beauty

Genere: drammatico

Anno: 2016

Durata: 1 h 37 min

Regia: David Frankel

Sceneggiatura: Allan Loeb

Cast principale: Will Smith, Helen Mirren, Edward Norton, Kate Winslet, Keira Knightley e Michael Pena

Howard è il dirigente di un’azienda pubblicitaria nella Grande Mela. È un uomo brillante, intraprendente con una famiglia alle spalle. Sfortunatamente la malattia gli porta via la figlia, il suo bene più prezioso, inglobandolo in un vortice di depressione nella quale rimane intrappolato per più di due anni. Il suo stato mentale lo porta inoltre a isolarsi dal mondo e a trascinare nella sua disperazione gli amici e l’azienda. Si rifugia nel domino e si sfoga scrivendo lettere alla Morte, al Tempo e all’Amore. Grazie a una trama ordita dai suoi amici per salvare lui e loro stessi dalla disoccupazione, le tre entità vengono impersonate da alcuni attori teatrali che accompagneranno Howard nel suo percorso di superamento del lutto.

Leggendo velocemente la sinossi, Collateral Beauty può dare l’idea di essere un racconto agrodolce. C’è il lutto accompagnato dal dolore e ci sono degli amici un po’ sgangherati che provano ad aiutare il protagonista, pur avendo loro stessi delle difficoltà. Insomma il sentimento è padrone. Il problema di partenza del film è proprio questo, è una pellicola che prova a parlare con le emozioni ma non riesce ad entrare in empatia con lo spettatore.

La chiave del problema sta nel personaggio interpretato (non brillantemente, tra le altre cose) da Will Smith. Howard ci viene presentato a due anni di distanza dal lutto come un uomo rassegnato. Passa le giornate a ripetere costruzioni di domino in perfetta solitudine, senza scambiare parola con nessuno. Il protagonista di Collateral Beauty si mostra disperato, ma è dipinto anche come uno sconfitto. Per tutta la durata del film sono gli altri personaggi a spingerlo lungo la strada della guarigione. Il suo contributo è minimo, fa qualche passetto ogni tanto ma il suo sforzo è pressoché insignificante.

Allora si spera che lo spettatore provi almeno della tenerezza verso il povero uomo. E invece non c’è neanche quella, perché di Howard a parte la sua professione non sappiamo niente: non conosciamo il rapporto con la figlia né che tipo di persona fosse prima del lutto. In poche parole non sappiamo cosa ci siamo persi, non sappiamo cosa si è portata via la malattia e quindi perché ce ne dovrebbe importare? Possiamo immaginare il dolore di una perdita della figlia, ma più di così non possiamo fare.

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E mentre Howard come un robot impazzito sbatte contro la stessa porta, intorno a lui inciampano i comprimari. Whit (Edward Norton) è un uomo adultero odiato dalla figlia che prova a riconquistare il suo amore, Claire (Kate Winslet) è invece una donna sola, con un forte desiderio di maternità messo da parte per dedicarsi all’azienda di Howard, e infine c’è Simon (Michael Pena), malato di mieloma che nasconde la sua malattia alla famiglia. Le loro storie a differenza della principale stuzzicano, sono dei personaggi che pur agendo per interesse almeno si muovono. Certamente per questioni prioritarie non ricevono un minutaggio adeguato da renderle delle storie portanti, ma almeno aiutano a distrarsi un po’ dalla vicenda principale che non coinvolge.

Ma anche con loro torniamo al punto di partenza. L’idea è quella di parlare di sentimenti ma di questi non c’è l’ombra. Questi tre personaggi dicono di essere amici di Howard, ma il loro agire è dettato dal puro interesse economico e non dall’affetto che provano per il protagonista. Non c’è un momento in tutto il film in cui provino direttamente ad aiutare l’uomo, c’è sempre un terzo ad intervenire. Stesso discorso per le loro storie che, seppur idealmente toccanti, non sfiorano i nostri cuori nemmeno per sbaglio. Claire guarda siti di fertilità ma non sappiamo il perché prima del finale, Whit ci appare come un povero alla ricerca di amore e Simon ci dispiace che sei malato ma non sappiamo perché dovremmo dispiacercene.

Forse questa recensione vi sembrerà un disco rotto ma riflette a pieno lo status del film. Collateral Beauty si presenta come una di quelle storie dal potenziale Kleenex che però non arriva da nessuna parte. L’idea dei tre attori che fungono da consiglieri è valida, ma diventa futile se non c’è uno sviluppo. Howard è un personaggio statico, sbuffa e sbraita per tutto il film senza compiere nessun tipo di percorso e i tre comprimari raggiungono un lieto fine pur agendo sempre per egoismo. Dov’è il cambiamento? Dov’è lo sviluppo? Per non parlare del finale dal sapore fortemente nonsense.

Collateral Beauty è un film che parte con delle idee per raccontarne altre. Le vicende non catturano, il protagonista non fa l’effetto che dovrebbe fare e la storia arriva dove arriva solo perché allo spettatore è dovuto un finale. Senza contare che è riuscito a trascinare nel baratro anche attori validi come Norton, la Winslet o la Knightley. Fortuna che c’è Helen Mirren che almeno sa recitare sempre e comunque.

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