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Mars: la recensione della serie del National Geographic Channel

Mars
National Geographic Channel

Vi è in Marte un mondo intiero di cose nuove da studiare, eminentemente proprie a destare la curiosità degli osservatori e dei filosofi, le quali daranno da lavorare a molti telescopi per molti anni.

Questo scriveva Giovanni Schiaparelli, primo astronomo a realizzare una mappa dettagliata della superficie di Marte, inaugurando anche una nomenclatura usata ancora oggi. Se era dopotutto semplice pronosticare l’enorme interesse che il quarto pianeta del Sistema Solare avrebbe riscosso tra gli addetti ai lavori, meno immediato era immaginare che ancora più grande sarebbe stata l’attrattiva del corpo celeste per gli scrittori di fantascienza che ne avrebbero fatto la base di partenza di civiltà aliene tanto che gli extraterrestri sono comunemente chiamati anche marziani.

Mars

Scienza e Fantascienza

Scienza e fantascienza non sono mai state così vicine come quando si parla di Marte. Quale soggetto migliore, quindi, per quello che è un esperimento che fonde serialità e divulgazione? La domanda era: è possibile fare di una serie tv un documentario accurato e di un documentario una serie tv appassionante? E fare le due cose contemporaneamente? La risposta è Mars, la prima serie tv prodotta da National Geographic Channel in collaborazione con nomi illustri come Ron Howard e Brian Grazer.

Cosa è Mars? Una serie tv che racconta l’avvincente storia del primo contatto tra l’uomo e il pianeta rosso e la difficile sfida per costruire e rendere pienamente operativa una colonia umana autosufficiente. Fantascienza, quindi, su un tema più e più volte trattato e perciò poco originale? Assolutamente, no. E non solo perché gli autori sono potuti partire da un testo scientificamente accurato come How we’ll survive on Mars di Stephen Petranek e della consulenza di eminenti planetologi e divulgatori in linea con la felice tendenza degli ultimi film di fantascienza che cercano sempre più di attenersi alla verità scientifica (si pensi a Gravity di Cuaron e Interstellar di Nolan). Ma soprattutto perché Mars è anche un illuminante documentario in perfetto stile National Geographic.

Le avventure fantascientifiche dei membri della Dedalus si svolgono nel non lontanissimo 2033, ma sono intervallate da flashback del 2016 che altro non sono che interviste e approfondimenti sulla attuale scienza delle missioni spaziali, con interventi di imprenditori visionari come Elon Musk (che con la sua società Space X sta appunto investendo nella realizzazione di un vettore per portare l’uomo su Marte), divulgatori come Neil deGrasse Tyson (direttore dell’Hayden Planetarium), scienziati e astronauti della NASA come James Lovell (capitano della missione Apollo 13) e astrofisici coinvolti nel progetto Exomars (l’ultima delle sonde inviate dall’ente spaziale su Marte). Scienza e fantascienza diventano, quindi, quasi come madre e figlia, con la prima a fornire quegli insegnamenti che la seconda trasformerà non più in sogni illusori, ma piuttosto in visioni di un futuro in cui credere sapendo che non si può definire impossibile.

Mars

Quando la Scienza supera la Fantascienza

Questo continuo scambio tra la realtà qui ed ora sulla Terra e la fantasia lì ed allora su Marte potrebbe spezzare la narrazione in tronconi separati, con il pericoloso rischio di rendere indigesto ogni episodio per chi fosse interessato solo ad uno dei due aspetti. Se ciò non avviene, è per la perfetta scelta degli argomenti che si amalgamano armonicamente rafforzandosi a vicenda. Così l’eroico sacrificio del comandante Sawyer smette di essere il cliché usuale visto in tanti film, quando lo si paragona al coraggio dei primi astronauti che salivano su razzi sperimentali, sapendo che le probabilità di un ferale insuccesso erano molto più alte dell’esigue possibilità che tutto invece funzionasse come previsto.

Allo stesso modo la solitudine dolorosa di Joon che può mandare alla gemella Hana su Marte solo messaggi insufficienti a colmare il vuoto che le separa non è più una trita riproposizione dell’amore tra sorelle, ma una pallida eco del sofferto distacco di una teenager che teme di essere chiamata nell’ufficio del preside, perché potrebbe significare che qualcosa è successo al padre che non vede da mesi, perché è quello Scott Kelly che è vissuto per un anno sulla Stazione Spaziale Internazionale per testare gli effetti sul corpo umano della prolungata assenza di gravità.

La caparbia ostinazione di Robert per risolvere i guasti della colonia marziana è solo la naturale prosecuzione dell’incrollabile tenacia con cui Elon Musk e gli ingegneri della Space X sono riusciti infine a realizzare un razzo in grado di ritornare a Terra automaticamente, dopo aver portato in orbita la capsula spaziale. La testarda insistenza di Javier nel realizzare una serra che renda autosufficiente dal punto di vista alimentare Olympus Town è una naturale conseguenza dei problemi di sostentamento che hanno oggi le basi scientifiche in Antartide. La follia distruttiva di Paul che mette a rischio l’intera missione non è un’invenzione drammatica degli autori, ma il rischio concreto che gli psicologi temono quando si parla di far vivere per più di cinquecento giorni un gruppo ristretto di persone in un ambiente ridotto e isolato dal resto del mondo. In Mars, quindi, la realtà diventa la più potente alleata della fantasia, aggiungendo alle vicende immaginarie quella drammaticità che solo la verità sa dare.

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Una fantascienza fatta di persone e non di cose

Per quanto atipica, sbaglierebbe comunque chi volesse giudicare Mars solo come un documentario sui generis escludendolo dal catalogo delle serie tv. Perché non è solo la forma innovativa ad essere pregevole, ma anche gli aspetti più prettamente televisivi. Come la scelta di privilegiare non tanto lo svolgersi degli eventi quanto il racconto che di essi ne danno i protagonisti attraverso i loro video log. Per lo stesso motivo, gli ostacoli sempre nuovi e complessi con cui i personaggi devono confrontarsi non sono espedienti narrativi per tenere alta la tensione nello spettatore, ma momenti di crescita che servono ad aumentare la fiducia in sé stessi che i primi coloni marziani devono sviluppare per poter trasformare il sogno visionario a cui tanti stanno lavorando oggi nella realtà concreta di un futuro non più remoto.

Mars, quindi, non è una fantascienza fatta di tecnologie avveniristiche e azioni adrenaliniche, ma piuttosto di progressi lenti ma costanti e di persone vere con il loro essere soprattutto uomini e donne che sanno impegnarsi ricordando la lezione di quel Wernher von Braun (ideatore del progetto spaziale Apollo che portò l’uomo sulla Luna) secondo cui “se fallisci, semplicemente riprovi e riprovi ancora finchè non riesci; non c’è altro da fare”.

Nel 2005, Michael Douglas Griffin, allora direttore della NASA, disse “gli esseri umani esploreranno la Luna, Marte e oltre; è solo una questione di chi, quando, quali valori porteranno con loro, quali lingue parleranno, quali culture diffonderanno”. Mars dimostra che queste frasi non erano solo affermazioni boriose di un amministratore desideroso di guadagnarsi il plauso entusiasta di una opinione pubblica credulona, ma sono piuttosto qualcosa che in tanti oggi si stanno impegnando a trasformare in una promessa mantenuta.

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