Cinema

Lion – la strada verso casa: Recensione del film con Dev Patel e Nicole Kidman

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Titolo: Lion – la strada verso casa

Genere: drammatico

Anno: 2016

Durata: 2h

Regia: Garth Davis

Sceneggiatura: Luke Davies

Cast principale: Nicole Kidman, Dev Patel, Rooney Mara, David Wenham, Nawazuddin Siddiqui, Eamon Farren, Tannishtha Chatterjee

Quanto tempo impiegate per tornare a casa? Venti minuti, trenta, un’ora? Indifferentemente dai cambi di mezzi ed il tempo per raggiungere la propria abitazione, nulla è paragonabile al piacere di tornare a casa e rivedere la propria famiglia dopo tante ore passate lontano da loro.
Saroo, il protagonista di Lion – La strada verso casa, impiega ben 20 anni per tornarci.

A differenza di quello che ci si aspetta all’inizio, Dev Patel (Saroo adulto) è solo un tassello della storia. La realtà è molto più focalizzata sull’infanzia del piccolo Saroo (Sunny Pawar, alla sua prima esperienza sul grande schermo). Quello che di solito potremmo accantonare come antefatto, introduzione o flashback, qui al contrario diventa la storia principale. Quello che accade a quel bambino, infatti, è l’insieme di emozioni ed eventi che condizioneranno profondamente i sentimenti di un Saroo adulto, le sue domande e la conseguente forza che lo spingerà a cercare di tornare a casa.

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La storia di un viaggio e del coraggio da “leone” per affrontarlo

La storia di Saroo comincia su un treno, come è giusto che sia in un lungo e tortuoso viaggio. Dopo essere stato lasciato ad una stazione dal fratello Guddu (Abhishek Bharate) con la promessa di tornare a prenderlo al più presto, Saroo si sveglia e si riaddormenta su un treno che, molti giorni dopo, lo porterà fino a Calcutta. Bimbo di appena cinque anni, il giovane dovrà usare tutto il suo intuito e istinto per sopravvivere in una città piena di pericoli. La salvezza giungerà poco dopo, grazie a Sue (Nicole Kidman) e a John (David Wehnam), una coppia australiana che adotterà il piccolo. Sarà solo vent’anni dopo che Saroo cercherà di ritrovare le sue radici e grazie anche alle nuove tecnologie quali Google Earth intraprenderà il viaggio più importante e più intenso della sua vita. Il viaggio per tornare a casa.

L’angolazione da cui il regista Garth Davis sceglie di seguire la storia di Saroo è quella umana. La camera da presa è costantemente all’altezza degli occhi del bambino, nella cui storia cerchiamo di immergerci. La sentimentalità di questo approccio sfonda una porta aperta, coinvolgendo istintivamente lo spettatore e rendendolo partecipe. Il dolore, la paura, la fame e lo smarrimento del piccolo – resi incredibilmente autentici da Sunny Pawar – sono struggenti, sono reali.

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Una storia che viaggia su un binario parallelo – dal passato al presente e dal presente al passato (e futuro)

A funzionare non sono tuttavia soltanto le peripezie di Saroo bambino ma anche l’intricata rete di relazioni coinvolte, prima nella sua infanzia e poi nella vita adulta. Guddu, Abhishek Bharate attore anche lui sconosciuto come Sunny Pawar, ha un sorriso sincero, autentico, che fa breccia subito nella storia e nello spettatore. Troppo abituati ai rapporti conflittuali tra fratelli maggiori e minori – come accadrà tra lo stesso Saroo e Mantosh (Davian Ladwa) – guadare un rapporto di amicizia e di sincero affetto tra due fratelli è una ventata d’aria fresca.

Il realismo che sfumava nella realtà quotidiana della vita del piccolo bambino indiano assume toni più occidentali quando Saroo è ormai cresciuto. La normalità di un’esistenza con una famiglia alle spalle, un fratello e perfino una fidanzata (Rooney Mara ha lavorato parecchio in questo 2016, non c’è che dire!) non è abbastanza per qualcuno che sa dove sta andando ma non da dove è arrivato. La stessa meta della sua vita diventa per Saroo un punto interrogativo, a fronte di un’origine incerta e mai realmente esplorata. Ecco allora il viaggio, ecco allora una ricerca, di se stesso, delle proprie origini ma anche del proprio futuro.

L’autenticità che si tocca quasi con mano delle ambientazioni, degli scenari prima indiani e poi australiani, è pari soltanto alla bravura degli attori che si muovono al loro interno. Il treno in cui Saroo viaggia fino a Calcutta, l’orfanotrofio diroccato e la casupola in cui vive con la madre, il fratello e la sorella sono tanto reali da far male. Nonostante la povertà e l’evidente condizione di malnutrizione in cui si trova la sua famiglia, non viene usata una fotografia scura e neppure toni neri per descriverli. C’è sempre luce, sempre un pizzico – per quanto piccolo – di gioia, proprio come accade per la vita adulta del protagonista, costantemente circondata da luce e amore.

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I due binari paralleli su cui la storia viaggia – uno dal passato verso il presente e l’altro dal presente verso un passato (ma anche futuro) – sono contraddistinti da attori incredibilmente forti e capaci. L’infanzia di Saroo è di per sé straordinaria, grazie all’altrettanto straordinaria interpretazione di Sunny Pawar, affiancato da Abhishek Bharate e da Priyanka Bose. La vita adulta, invece, è incorniciata dalla presenza di due meravigliosi Nicole Kidman e David Wehnam. L’attrice vincitrice del Premio Oscar regala qui un’esecuzione sublime e commovente, degna della nomination ai Golden Globes che si è aggiudicata quest’anno.

Lion è una storia di speranza. Una storia che è intessuta di realismo e forza d’animo, che vuole raccontare una dimensione prima brutale e poi straziante fino ad un’evoluzione del pensiero che non è né giusta né sbagliata. La scelta di Saroo, quella di cercare la sua vera famiglia, è un sentimento legittimo, qualcosa con cui chiunque possa confrontarsi ed immedesimarsi. È questa realtà che rende autentico il film e rende tanto intensa la sua visione. Lunga, certo, parliamo pur sempre di due ore piene, ma ne vale certamente la pena.

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