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3%: la recensione della serie brasiliana prodotta da Netflix

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Netflix

Rapa Nui è il nome in lingua nativa dell’Isola di Pasqua nota per i suoi spettacolari moai, statue monolitiche in tufo vulcanico alte fino a 10 metri e pesanti diverse tonnellate. Scolpiti in prossimità delle cave all’interno dell’isola, sono collocati in genere vicino le coste il che ha richiesto il loro trasporto su slitte e rulli di legno. Per quanto incredibile ciò possa sembrare, proprio questa circostanza causò il disboscamento dell’isola con la successiva scarsità di risorse che portò ad una serie di guerre civili che finirono per trasformare quello che era stato un paradiso terrestre in quella terra brulla, priva di alberi e scarsamente popolata su cui sbarcò Jakob Roggeveen nel 1722.

3%Una distopia accettata da tutti con convinzione

La triste storia di Rapa Nui insegna che le risorse non sono infinite e potrebbe arrivare il momento in cui non saranno più sufficienti per tutti per cui la scelta più intelligente sarebbe quella di utilizzare in maniera controllata, massimizzarne la resa e garantire la sostituzione di quelle esaurite. Ma Rapa Nui è solo un esempio dei tanti che dimostrano come troppo spesso l’essere umano preferisca non seguire la via più razionale dando, invece, molto a pochi piuttosto che il giusto a tutti. Ed è proprio questa osservazione ad ispirare 3%, la prima serie prodotta da Netflix uscendo dagli usuali canali anglofoni e andando a cercare idee originali in paesi diversi. Ideata da Pedro Aguileira e con un cast di attori, showrunner e registi brasiliani, 3% racconta di un mondo dove il 97% della popolazione vive nella miseria più assoluta aspettando di compiere 20 anni per poter partecipare al Processo che, attraverso prove di diverso tipo, sceglierà il 3% dei candidati per trasferirlo in una sorta di Eden perfetto (che non ci viene mai mostrato). Un futuro distopico in cui si è rinunciato alla difficile missione di garantire a tutti l’accesso a un equo benessere preferendo riservare le poche risorse rimaste ad una elite selezionata in base a criteri ritenuti infallibili. Elite che, come il season finale svela, dovrà comunque rinunciare a qualcosa di molto importante in nome di una filosofia estrema che pretende di essere esclusivamente meritocratica. Michele, Fernando, Rafael, Joana, Agata, Marco sono alcuni dei ragazzi che partecipano alla selezione annuale diretta da Ezequiel che dovrà a sua volta difendersi dagli intrighi politici orditi ai suoi danni da Aline e Matheus.

3%Tutta una vita per un giorno soltanto

Lo stringato riassunto della trama potrebbe far pensare ad un prodotto tipicamente young adult con una organizzazione dittatoriale affrontata ed eventualmente sconfitta da un gruppo di ragazzi poco più che adolescenti. Una versione seriale e low cost delle saghe alla Hunger Games e Divergent? Nulla potrebbe essere più sbagliato, in realtà. Perché in 3% questo conflitto, seppure presente, non è il centro della narrazione dal momento che (e qui sta la novità) questa sproporzione così evidente tra chi ha diritto ad avere tutto e chi è condannato a vivere di niente non è contestata che da pochi individui isolati. Si potrebbe pensare che questa passiva accettazione sia la conseguenza inevitabile di un regime poliziesco che reprime ogni anche solo velato dissenso. Ma anche questa interpretazione sarebbe dopotutto errata. Gli abitanti dell’immensa bidonville presa di peso dalla inaccettabile realtà di tante favelas brasiliane sono pienamente convinti che questa divisione netta sia innegabilmente giusta. Gli sforzi costanti di tutti sono, infatti, tesi a preparare i propri figli a quell’unica possibilità che avranno di evadere dalla miseria perenne e, in nome di questo sogno, tutto diventa lecito fosse anche lasciare da sola la propria sorella nonostante si sia orfani o abbandonare un neonato perché è il turno della madre ventenne di partecipare al Processo. Chi non ce la fa, passato lo sconforto iniziale, tranquillamente torna a vivere come prima rassegnandosi all’idea di non essere degno di quel futuro che aveva sognato e tornando ad ascoltare le prediche di sacerdoti di culti improvvisati che fanno del Processo una creazione quasi divina da rispettare acriticamente. Un sovvertimento innovativo del modo di guardare ad un futuro distopico. Una ingiustizia palese eretta a legge ammirata e venerata. Un capovolgimento di prospettiva che costringe a mettere in discussione quel concetto di meritocrazia che tanto spesso viene indicato come bussola per la creazione di una società migliore. Se davvero i migliori potessero scegliere, cosa farebbero? Se davvero le risorse fossero insufficienti per tutti, sarebbe corretto destinarle anche a chi le sprecherebbe? Come cambiano i concetti di giusto e ingiusto quando le condizioni al contorno diventano estreme? Domande alle quali è facile dare risposte immediate la cui validità è pero implicitamente subordinata ad un contesto presente radicalmente differente da quello immaginato dalla serie.

3%Buoni contro cattivi o buoni e cattivi insieme

Michele che sacrifica la sua migliore amica, Rafael che ruba una seconda possibilità di partecipare al Processo sottraendo l’unica che spettava a suo fratello, Joana che imbroglia rubando il gettone vincente, Fernando che si appella alla sua condizione di disabile per impietosire gli altri contraddicendo quanto sempre affermato sul suo voler essere uguale a tutti. Ognuno dei ragazzi non si fa scrupolo di ingannare sé stesso e gli altri se questo può servire a passare al livello successivo. Ognuno dovrebbe essere giudicato colpevole secondo la comoda morale dello spettatore. Ma lo sono davvero? La serie si impegna a cancellare la distinzione manichea tra buoni e cattivi. Il buon Marco che perora la causa di Fernando e si erge a leader rispettato e ammirato da tutti per la fama della sua famiglia è lo stesso che durante una improvvisa reclusione si trasforma nello spietato ras del gruppo che si autoproclama elite affamando e picchiando quegli stessi compagni che prima stava aiutando. Il cattivo Rafael che ruba il cubo per passare la prova iniziale è lo stesso che si rifiuterà di seguire la linea violenta di Marco. L’amorevole Michele che difende tutti e si mostra innamorata del timido Fernando non esiterà un attimo a mentirgli ed abbandonarlo. La cinica Joana che viene dipinta come assassina ed egoista tornerà indietro per salvare persone verso le quali non ha mostrato alcuna empatia fino a quel momento e troverà il coraggio di non rinnegare sé stessa. Bene e male smettono di essere quindi categorie opposte che si escludono a vicenda, ma diventano invece caratteristiche distinte che possono convivere con naturalezza all’interno di ogni singolo personaggio. Come avviene anche per Ezequiel tanto profondamente convinto della sua missione e della superiorità del 3% degli eletti rispetto al resto del mondo considerato come una feccia immonda, ma prontissimo a rischiare tutto per onorare la memoria del suo amore perduto aiutando il figlio abbandonato. E come è anche per il suo antagonista ideale, l’uomo col volto coperto da una maschera di legno che convince Michele ad unirsi alla causa dei ribelli mentendole sistematicamente sulla sorte dell’amato fratello. Niente eroi o villain, ma piuttosto uomini e donne che sono eroi e villain allo stesso tempo.

Il season finale chiude in maniera coerente ed efficace le diverse storie lasciandosi comunque la possibilità di continuarne alcune qualora la serie ricevesse un auspicabile rinnovo. Quel che è certo è che, come Ezequiel ama ripetere, è la serie stessa a creare il suo futuro ed ogni cosa che è successa o succederà sarà stata meritata.

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