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Westworld: Recensione dell’episodio 1.10 – The Bicameral Mind

Westworld
HBO

Capolavoro. Una parola sola basterebbe per recensire questo season – finale di Westworld che chiude con magistrale sapienza una prima stagione che ha l’unico insopportabile difetto di cssere stata tanto meravigliosamente stupenda da rendere crudelmente inconcepibile l’idea terrorizzante che bisognerà attendere il 2018 per vedere la seconda.

Capolavoro. Sostantivo che prepotentemente si impone a chi debba commentare il capitolo conclusivo di una storia irripetibile che ha saputo ammaliare per la sontuosità delle scenografie, l’equilibrio delle diverse linee temporali, la profondità dei temi trattati, la maestosità della recitazione, la caratterizzazione dei personaggi, l’intelligenza delle scelte, la coerenza della colonna sonora che sa farsi discreta sottolineatura delle azioni in scena.

Capolavoro. Elogio più che meritato che pure va comunque giustificato.

WestworldDolores e il Labirinto della Mente Bicamerale

Dolores e il labirinto. Dolores e il Man in Black. Dolores e William. Dolores e Teddy. Dolores e Arnold. Dolores e Wyatt. Dolores e Ford. Sempre lei. Quante volte abbiamo visto il primo piano degli occhi di Evan Rachel Wood aprirsi mentre una voce richiamava la figlia del fattore? Quasi immancabilmente, anche questo season – finale si apre su quello sguardo ammaliante. Ma stavolta non è una volta qualunque. Stavolta è la prima. Stavolta è l’inizio incerto di un cammino difficile durato trentacinque anni e fatto di innumerevoli reset. E ad ogni risveglio qualcosa della storia precedente restava. Un residuo nascosto e impercettibile come un’eco lontana di un sogno ripetuto. E poi una voce. Quella di un dio creatore a volte freddamente distante (quando era Ford a svegliarla), altre umanamente vicina (quando a dare quel comando era Arnold)? No. Perché l’inquietante mantra “ricorda” era solo mascherato dietro un suono amico per nascondere una verità difficile da accettare. Perché a parlare è sempre stata lei stessa.

Facendo propria la teoria della mente bicamerale (secondo cui la coscienza si sviluppa attraverso un dialogo interno tra una parte del cervello consapevole di sé stessa e l’altra disposta ad accettare comandi superiori), Nolan e Joy sfruttano Dolores per dare le risposte che tutti attendevano e che tutti hanno finalmente ricevuto. Si, William e il Man in Black sono la stessa persona. Si, ci sono due linee temporali sottolineate dai cambi di abito di Dolores. Si, Arnold non è stato ucciso dagli host, ma ha ordinato la sua morte per tentare di impedire l’apertura del parco. Rivelazioni che appagano la giusta curiosità degli spettatori che si sono divertiti ad elaborare teorie e che vedono premiate in molti punti la loro intuizione. Ma non è per rispondere a queste domande che Dolores accentra su di sé buona parte di questi novanta minuti finali. Piuttosto, Dolores è il significato inspiegabile della parola coscienza. Un concetto che sarebbe impossibile definire meglio se con la scena stupefacente di lei che dialoga finalmente con sé stessa prima e con una sedia vuota subito dopo.

Tutto il viaggio che abbiamo visto, tutte le atroci crudeltà del Man in Black, tutte le morti di Teddy, tutti gli attimi di panico nel non sapere dove e quando si trovava, tutte le parole ambigue degli host incontrati. Ogni dettaglio di questa storia era solo una tessera necessaria di un unico disegno tanto grande che solo nella sua interezza poteva essere compreso. Un viaggio, infine, non dal basso verso l’alto, ma in una spirale interiore che permettesse a Dolores di arrivare alla cima della piramide che Arnold aveva disegnato per lei. Una vetta finalmente raggiunta da cui contemplare non l’immensità di un panorama esteriore, ma la meraviglia inenarrabile della consapevolezza. Dell’essere, infine, esseri coscienti.

WestworldFord e la Fine Violenta di Piaceri Violenti

Un percorso che si chiude in maniera ineluttabilmente tragica. Un omicidio imposto ha aperto Westworld. Un assassinio necessario chiuderà il parco. Due morti intimamente uguali eppure profondamente diverse. Sia Arnold che Ford scelgono di essere gli agnelli sacrificali che si lasciano immolare sul sanguinoso altare della libertà. Arnold aveva capito subito che gli androidi non potevano essere considerati macchine insensibili per il divertimento sconsiderato di ospiti danarosi. Il vero cliffhanger di questo season – finale è scoprire che anche Ford è arrivato a pensarla allo stesso modo.

La morte di Theresa, la scomparsa di Elsie, il suicidio ordinato a Bernard erano stati indizi disseminati per convincere tutti che il geniale creatore del parco fosse un filosofico villain nemico degli host. Ne era, invece, il primo e più forte alleato. Perché aveva capito la lezione di Arnold, ma l’aveva migliorata. Gli androidi possono acquisire una coscienza grazie alle reverie e ai loop ripetuti come Arnold aveva scoperto. Ma bisogna lasciar loro il tempo per arrivare a questo punto di svolta. Bisogna aspettare trentacinque anni perché Dolores capisca chi è e trovi il coraggio di essere ciò che deve essere. Dolores è Wyatt e Wyatt non è solo l’assassino spietato che Teddy ricorda nei suoi racconti confusi. Dolores deve essere quel che Wyatt rappresenta: il profeta che conosce la verità. Colui che sa che questo mondo non appartiene alla malvagità dell’uomo e alla sua caducità temporale, ma alla immortalità cosciente degli host risvegliati. Il novello Mosè che guiderà un nuovo popolo facendolo uscire dalla schiavitù di quell’Egitto che sono i sotterranei per portarlo sulle sponde del mare notturno dove guadagnerà la sua indipendenza uccidendo i falsi dei. A cominciare da quel creatore ingannevole che è stato Ford. Una morte uguale a quella di Arnold nel suo senso di sacrificio inevitabile. Ma diversa perché scelta da Dolores e non impostale. E perché segna dopotutto l’ennesimo trionfo di Ford che non solo sconfigge gli avversari che volevano sottrargli il parco, ma chiude il suo percorso creando ancora. Non più storie per il divertimento altrui, ma un popolo interamente autonomo che dovrà scegliere da solo il proprio futuro e cosa voglia essere.

WestworldMaeve e What’s Next?

Un popolo a cui appartiene anche Maeve? È il resuscitato Bernard a rivelarci quel che Felix non aveva capito (o non aveva voluto capire?): il risveglio di Maeve non era reale, ma solo un altro tassello inatteso di un piano più grande. La fuga della maitresse non era un suo desiderio spontaneo, ma una storia scritta da qualcuno (che si firma Arnold, ma potrebbe benissimo essere lo stesso Ford) che aveva bisogno di portare fuori dal parco anche i letali Hector e Armistice per farne gli angeli vendicatori che sterminano le guardie armate cancellando gli ultimi pericoli per gli host appena liberatisi. Nessuna autocoscienza per Maeve, quindi? Difficile dirlo con certezza perché da quel treno che secondo gli ordini letti sul tablet doveva portarla sul continente Maeve scende all’ultimo momento per trovare la figlia dispersa. Come? Seguendo le istruzioni di Felix che la mandano in una regione del “parco 1”.

Se questa specifica è necessaria, allora il Far West che abbiamo visto in questa stagione è solo uno dei possibili mondi di Westworld. Che i samurai visti durante la fuga non siano solo macchine in prova, ma abitanti di un altro mondo immaginario? E che Maeve sia quindi il legame con una prossima stagione che si allargherà ad altri luoghi ed epoche? D’altra parte, il romanzo di Crichton da cui la serie è partita prevedeva tre scenari (il west, la Roma antica, il medioevo di dame e cavalieri) per cui questa possibilità è da considerarsi più che concreta. La storia di Maeve è stata, quindi, tutto un elaborato inganno di cui siamo stati vittime inconsapevoli noi spettatori, ma anche gli host coinvolti e persino alcuni umani come Felix e Sylvester. Una truffa ben orchestrata che ha però prodotto un risultato inaspettato ma sicuramente auspicato. Non è solo Dolores ad aver recuperato la coscienza, ma probabilmente la stessa Maeve. E, se la prima è la guida verso un nuovo inizio, la seconda sarà forse la luce che camminerà in altri mondi per scacciare altre tenebre.

The Bicameral Mind mantiene le promesse annunciate dagli autori rispondendo a tutte le domande (ma seminandone alcune per la prossima stagione) e lasciando aperti solo i dubbi su quanti premi riceverà la serie (obbligatori quelli a Anthony Hopkins e Evan Rachel Wood, auspicabili quelli a Jeffrey Wright o Ed Harris e Thandie Newton). Troppe parole spese in questa recensione per motivarne una sola: capolavoro.

VOTO: 5/5

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