Cinema

The Hateful Eight: la recensione dell’ottavo film di Quentin Tarantino

The Hateful Eight

Titolo: The Hateful Eight

Anno: 2015     Durata: 182′

Regia: Quentin Tarantino

Cast: Kurt Russel, Jennifer Jason Leigh, Samuel L.Jackson, Tim Roth, Channing Tatum

Il caro tema della vendetta, un enigma in stile Agatha Christie e tanto…tanto sangue. Shakerato e servito da Tarantino come la formula del film tecnicamente perfetto.

The Hateful EightSiamo ben lontani dal suo solito clima, in cui c’è una buona mescolanza di dramma ed elementi squisitamente pop a mitigare anche la più greve scena; The Hateful Eight è magistrale, cupo, violento e davvero tanto spettacolare. Questa volta il maestro sceglie il gelido e selvaggio Wyoming post guerra Civile per mettere in scena l’ultimo capitolo della trilogia della vendetta, pur essendo temporalmente collocato in mezzo rispetto ai precedenti; una storia che da un lato richiama alla memoria personaggi di Inglourious Basterds (confermando tutte le voci sul personaggio di Tim Roth), mentre dall’altro perfeziona un discorso sul western iniziato con Django Unchained.

Non è facile approcciare questo film senza venirne sopraffatti, come colpiti dalla sindrome di Stendhall; il senso di oppressione si scatena nello spettatore non solo perché colpito emotivamente da una buona storia, ma anche visivamente dal tocco inconfondibile dell’autore. Ed è su questo che infatti sembra fare affidamento il Maestro, che decide di distribuire il film anche in 70mm, garantendo un immersione assolutamente particolare nelle atmosfere della sua ultima fatica. La combinazione tra la dimensione spettacolare e un ottimo piano narrativo è certo tipica della filmografia di Tarantino, ma in questa pellicola trova forse la sua sintesi perfetta e finisce per sopraffare lo spettatore, che non può far altro che abbandonarsi alla visione del tutto disarmato. Ma, soprattutto, a rendere diverso il film è l’atmosfera violentemente cupa che sovrasta fin da subito la scena. Come The Hateful Eightper Django, siamo di nuovo di fronte a cacciatori di taglie; mentre però l’apertura del primo era già da subito più tragicomica (basti pensare allo scambio di battute iniziali, che si propongono quasi di strappare un sorriso), in quella di The Hateful Eight impattiamo contro dei personaggi burberi, violenti e di certo non piacevoli, come in fondo poteva essere il Dottor Schultz. Gli uomini di questo film non esitano a picchiare una donna, se condannata a morte, e di certo non sono di tanti complimenti nemmeno tra di loro; sono schivi e spesso paranoici, non sono a loro agio tra di loro così come non ci si sente lo spettatore nei loro confronti. Come in diverse opere dell’autore, anche questa è suddivisa in capitoli, ma la vera ripartizione del film aderisce perfettamente allo schema classico in tre atti; ed è col secondo atto che a peggiorare la situazione, già poco confortevole dall’inizio, subentra il fattore mistero, che tanto ricorda Dieci Piccoli Indiani (più che Assassinio sull’Orient Express, citato dallo stesso Tarantino). La tensione che domina tutto il resto del film cala del tutto inaspettata, esplode come una granata invisibile ma terrificante; in breve tutto diventa insostenibile, tanto per gli interpreti quanto per lo spettatore, che rimane disorientato per la violenza con cui si manifesta il plot twist. The Hateful EightDa lì in poi sarà tutto in discesa verso una dimensione forse in effetti più spettacolare, ma alla quale non manca comunque il supporto di una trama forte, che mai tende a diventare noiosa o anche solo prevedibile. Anche il finale si può considerare anomalo per gli standard di Tarantino; non è certo la prima volta che assistiamo ad una conclusione sofferta, ma in questo caso ci troviamo davanti al trionfo del dramma, alla messinscena di una situazione irreparabilmente dolorosa (nel senso più fisco possibile del termine) e certamente amara. Un finale in realtà aperto, ma in cui è così tangibile l’idea di disgrazia che a tutti gli effetti non lascia troppo spazio all’immaginazione.

Un lavoro impeccabile sotto ogni punto di vista, in cui è davvero impossibile trovare un reale difetto. Anche a fronte di una durata così imponente, l’autore è stato in grado di altalenare il ritmo senza sbavature di alcun tipo; se si concede un campo lungo sul Wyoming o su un primissimo piano particolarmente lunghi, subito si torna a scandire il ritmo su ben altre velocità, evitando quindi un tipo di pesantezza che non è difficile riscontrare in durate così estreme.

Un film che merita assolutamente di essere visto, se possibile in 70mm e senza dubbio in lingua The Hateful Eightoriginale. Perché il merito del successo di The Hateful Eight si deve attribuire senza dubbio a Tarantino (che si figura come un autore a tutto tondo dell’opera, di cui è sia regista che sceneggiatore), ma è impossibile sottovalutare il lavoro di tutti gli interpreti, perfettamente credibili e mai caricaturali in un ruolo certamente non facile per nessuno. Da un magistrale Tim Roth, che sembra ricalcare un po’ l’impostazione di Waltz nei film di Tarantino, ad un sublime cacciatore di taglie di Samuel L. Jackson, fino all’incredibile e intensa Jennifer Jason Leigh.

The Hateful Eight si presenta, insomma, come un film perfettamente equilibrato e di un impatto visivo incredibile, che può vantare solo lati positivi in ogni aspetto tecnico e artistico della composizione. Un Tarantino profondamente cambiato rispetto agli esordi, ma pur sempre in ottima forma e che merita tre ore della nostra attenzione.

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