Intervista: Shaun Parkes vede The River attraverso una lente diversa

Intervista: Shaun Parkes vede The River attraverso una lente diversa

TheRiver 01 200x150 Intervista: Shaun Parkes vede The River attraverso una lente diversaNella nuova serie della ABC, The River, un gruppo di documentaristi viaggia in una zona inesplorata del Rio delle Amazzoni in cerca del naturalista scomparso Emmet Cole (Bruce Greenwood). Il gruppo è guidato dalla moglie di Emmet, Tess (Leslie Hope), che si rifiuta di tornare indietro, perfino quando diventa chiaro che qualcosa di tremendo e soprannaturale è all’opera in questo luogo.

Girato nello stile documentaristico utilizzato dal co-creatore della serie Oren Peli nel suo Paranormal Activity, The River realizza in termini narrativi un footage girato sia dalle cineprese sia dalle telecamere dei personaggi. Shaun Parkes interpreta Jude Poulain, aka A.J., il cameraman sopravvissuto del gruppo – il suo collega è stato ucciso da una forza invisibile con tutti quanti gli altri che guardavano inorriditi mentre A.J. continuava a filmare. Il londinese Parkes ha già lavorato negli Stati Uniti, apparendo in No Ordinary Family. I fans di Mystery della PBS lo riconosceranno come DC Winston Nkata in The Inspector Lynley Mysteries e i fans di Doctor Who lo conoscono come Zachary Cross Flane.

Parkes ci parla dell’interpretare un uomo la cui professionalità a volte trionfa sull’istinto di autoconservazione – e del suo amore per la serie Lost.

Il tuo personaggio A.J. sembra avere un’etica del lavoro solida come una roccia. Nel pilot, il suo collega cameraman viene ucciso da una forza invisibile soprannaturale e A.J. sembra piuttosto determinato ad andare avanti, anche a costo di non riuscire a salvarsi la pelle.
Se si parla di ciò che è lì per fare, è lì per fare il suo lavoro. Come ogni cameraman o reporter, sei lì per fare il tuo lavoro. Non sei qui per essere distratto dalle campane e dai fischi, ma perchè quando andrai a casa alla sera, avrai qualcosa su cui lavorare e sistemare per il giorno dopo. Ed è questo che deve fare. In termini di salvarsi la pelle, lo capisco, ma se il tuo lavoro è farti sbranare il braccio da un leone, il mio lavoro è filmare quando questo accade. Perchè se mi perdo la scena in cui vieni sbranato da un leone, non ho fatto il mio lavoro. Quindi la questione è, posi la telecamera e aiuti o filmi veramente qualcosa di terribile che sta accadendo? Beh, quello che sa il mio personaggio è che, filmarlo porterà più ascolti che porteranno essenzialmente più entrate monetarie per lo show, così che queste persone possano continuare a cercare il loro uomo.

Quindi A.J. non è incline a posare la telecamera – è più quel tipo che in Cloverfield porta la telecamera e registra, anche se il mostro lo sta rincorrendo.
Sì. E sai cos’è la cosa grandiosa di questi tempi? Non dobbiamo per forza giustificarlo, ma per quello che ne so, c’è davvero questa cosa in questi giorni, di essere il tuo stesso giornalista/cameraman. Voglio dire, l’ammontare di spionaggio che c’è ora è incredibile. L’ammontare di gente che esce e ha un cellulare con macchina fotografica, vede qualcosa e decide di filmarlo, questo tipo di cose succedono ogni giorno. Quindi non credo sia così impensabile immaginare l’idea che qualcuno terrificato in realtà possa continuare a filmare.

Ora, se fossi sul set o stessi filmando una scena, e tutte le cose che A.J. vede, iniziassero ad accadere, penseresti “non ne vale la pena”?
[ride] io avrei lasciato – sarei stato interessato per un po’ e poi credo che avrei lasciato. Riesco a sopportare abbastanza, in realtà, perchè sono conscio che esistano cose là fuori che ho visto e di cui ho sentito parlare che non sapevo cosa fossero, ma è stato molto interessante al tempo. Sono stato anche in panico assoluto e in mezzo a una rivolta. Mi sono ritrovato nel bel mezzo di una rivolta. E me ne sono rimasto lì a guardare tutti perdere la testa. Non ero uno di quelli che scappava per salvarsi la vita – ero tra quelli che se ne stavano lì a guardare la gente andare nel panico e maledizione quasi rompersi il collo mentre correvano. Maledizione, stavano quasi per morire, correndo. Veramente. Quindi so che sono il tipo di persona a cui non piace molto andare nel panico. Ma sì, nel momento in cui qualcuno sta per morire e tu realizzi il fatto che puoi vedere uno morire, che è tipo un tuo amico, e continui a filmare perchè è essenzialmente ciò per cui ti pagano. La gente sta morendo. Quante altre persone vuoi vedere morire? Allora è questa la domanda che devi farti a quel punto.

Quindi A.J. è il personaggio più freddo che hai interpretato?
[ride] No, non lo è. Ma certamente è molto freddo.

TheRiver 03 Intervista: Shaun Parkes vede The River attraverso una lente diversaPaul Blackthorne interpreta Clark Quietly, il produttore/capo di A.J. I vostri personaggi hanno qualche divergenza artistica?
[ride] Beh, penso che sia come tutti col proprio capo. [Fare riprese per un documentario] non è come un’industria creativa in cui hai bisogno di farti piacere le persone con cui lavori; è un’industria in cui hai le persone migliori. Quindi se stai solo sperando di avere con te le persone migliori, ci possono essere problemi di ego e ci possono essere problemi nel momento in cui fai mosse disperate e scelte disperate, che allora possono ritorcersi contro. Non penso che sia una sua mossa dispearta, ma non credo che vadano molto d’accordo. Penso che ci rispettiamo per i lavori che svolgiamo.

Quando sei stato preso per A.J. o durante le audizioni, si è parlato riguardo al fatto se avessi dovuto usare la tua voce normale, come fai nello show, o se avessi dovuto utilizzare un accento americano?
Sì, ho fatto tre o quattro audizioni diverse, due ruoli diversi e due accenti diversi. E essenzialmente hanno optato per l’accento inglese, perchè dicevano che volevano l’elemento del realismo e volevano che gli attori fossero in grado di fare qualcosa non provato precedentemente. A volte con l’accento, se non è il tuo naturale, può essere difficile. Quindi penso che volessero la crew britannica – Paul è britannico [e usa il suo accento] e poi ha il cameraman britannico – e penso che abbia senso.

I produttori hanno detto di aver dato telecamere a tutti gli attori e vi hanno fatto girare qualsiasi cosa voi trovaste interessante. Visto che il tuo personaggio è davvero un cameraman, com’è stato per te come attore?
 Abbiamo davvero ripreso molto. Ero lì ogni giorno a girare le scene e a filmare, ed è stata una sfida, difficile a volte, quando realizzi che gli attori ti stanno guardando per ottenere qualcosa, perchè potrebbe essere che tu sia l’unico che può veramente ottenere questa inquadratura, quindi c’è appena un po’ più pressione. Quindi in realtà ero un po’ più paranoico pensando a due lavori di quanto non lo sarei stato con uno, perchè normalmente, sarei stato preoccupato solo delle mie battute e sul riuscire a fare centro. Ora sono preoccupato delle battute, di fare centro e che anche tutti gli altri facciano centro, ottenere un punto di vista artistico dalla cinepresa che racconti la storia e ogni altra cosa ed è stata una sfida ma mi sono divertito.

Quando stavi filmando gli altri attori, hai pensato, “Bene, dovrei seguirli, perchè so che stanno andando qui” o sei nella mente del tuo personaggio e pensi “Non so dove stanno andando?”
Un po’ tutte e due. C’è una parte in cui [come attori, abbiamo] provato, quindi sappiamo cosa succede, ma c’è la parte che fortunatamente, quando facciamo le prove, mi viene data una telecamera e non so dove stiano andando [durante le prove]. Quindi c’è la parte in cui stiamo realmente filmando, in cui devo collegarmi a quello che ho fatto psicologicamente nelle prove quando non sapevo nulla. Ha senso?
Sì.
[ride] Okay.

Hai vissuto qui a Los Angeles, o sei venuto negli Stati Uniti solo per fare The River?
Ho fatto l’impresa due anni fa di venire qui a L.A. prima che diventassi troppo vecchio e deperito, quindi ho deciso di venire qui a gennaio dell’anno scorso. E’ stato grandioso finora.

Sei venuto a L.A. e finito alle Hawaii.
In realtà sono venuto a L.A. e finito a Puerto Rico. L’anno scorso è stato pazzesco, perchè avevo fatto questa cosa per la british station sky a Puerto Rico chiamata Treasure Island. Non ero mai stato prima d’allora a Puerto Rico, ero lì da cinque settimane. Sono venuto a L.A. per circa quattro settimane, ho ottenuto la parte in The River, sono tornato subito a Puerto Rico. Quindi ho girato due volte a Puerto Rico.

Quindi il pilot di The River è stato girato a Puerto Rico e poi…
E poi hanno fatto gli altri sette episodi alle Hawaii, dove essenzialmente, per quanto ne sappia io di logistica, è stato più facile per loro.

TheRiver 02 Intervista: Shaun Parkes vede The River attraverso una lente diversaIl centro di produzione televisiva delle Hawaii fa sembrare di girare a Londra o a L.A.?
Beh, ovviamente, Lost non è finito da tanto tempo, e abbiamo usato i set che hanno usato loro e lo staff che era lì intorno. E’ fantastico, abbiamo questi uomini in The River, questi uomini verdi – li chiamano così – e fanno sembrare tutto verde e simile alla foresta. Fortunatamente per noi abbiamo avuto le stesse persone che hanno lavorato in Lost. Quindi sanno quello che fanno e hanno apportato quell’elemento di professionalità che è stato impressionante.

E lavorare alle Hawaii è come ti eri immaginato?
Beh, sono stato alle Hawaii. Ho Lost in DVD e in Blu-ray. E l’ho guardato in TV. Ho guardato Lost due volte e mezzo. Amo Lost, come puoi immaginare. Le Hawaii – com’erano? Conosco quelle colline – le colline di Lost, molto molto bene.

Quindi quando sei arrivato alla location, pensavi, “hanno girato la tal scena di Lost qui”?
Ti spiego – non penso questo, ma conosco la musica di Lost molto bene. Quindi il mio cervello funziona così – sarò alle Hawaii e girerò qui intorno, e sentirò un po’ di musica di Lost, perchè la musica di Michael Giacchino era fantastica. Sentirò un po’ di musica, e penserò “Dio, sono in Lost. Sto facendo delle riprese paurose alle Hawaii, cercando qualcuno che si è perso, e facendo esperienza di cose soprannaturali“.

Ti ha spaventato realmente qualcosa sul set?
Quasi, ma non la cosa che era sul set. Era l’idea della storia della location. Penso che tu abbia sentito che abbiamo girato in questo vecchio manicomio per bambini infestato, in cui finivano i ragazzini con problemi mentali. Quindi hai questo manicomio e di fianco il suo cimitero. E le storie del ragazzo che forse era stato accusato di abusi sessuali sui ragazzi, e poi la storia delle infermiere che forse hanno ucciso quel ragazzo a causa dei suoi rapporti con i bambini. E poi quello che ottieni, come risultato del posto infestato, è tanta gente che ha sentito o visto cose, le storie, e il fatto che la gente si rifiuti di entrarci. Quindi quando senti la gente chiederti “ci entrerai?” e io “” e hai i residenti locali che dicono “Non ci vado, mi rifiuto“, diventa spaventoso. Perchè realizzi che le persone nella loro vita credono davvero a queste cose ed è stato interessante essere lì perché quel posto ha fatto impazzire un po’ di persone.

Hai qualche altro progetto in arrivo che dovremmo conoscere?
Beh, ho appena fatto qualcosa in Inghilterra chiamato Treasure Island, una cosa di pirati, che credo uscirà su BBC America. Faccio molto doppiaggio per i cartoni animati in Inghilterra; non so se usciranno qui però.

Vuoi aggiungere altro su The River?
L’ho adorato perchè è uno show americano, amo gli show americani e sono molto molto felice di essere parte di qualcosa che ha un budget e un’ambizione di questo livello.

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