Dollhouse visto da una non Whedonist

Nota: spoilerfree
Premetto che non sono una Whedonist (non ho mai visto Buffy, Angel & co.) per cui tutte le mie impressioni, dopo aver visto la prima stagione di Dollhouse, dovrebbero essere imparziali.
L’idea di partenza è affascinante. La Dollhouse è in sostanza un’agenzia di collocamento per disperati: chi ha subito traumi, chi è nei guai, chi ha perso persone care e non sa cosa farsene della propria vita si rivolge all’algida Ms DeWitt e firma un contratto. Questo contratto li lega per cinque anni alla Dollhouse, i loro ricordi verranno cancellati (ma salvati su un hard disk) e verranno usati come agenti (active) per svolgere le più svariate missioni, dopo un’accurata scelta e di una nuova personalità e l’impianto (il cosiddetto “trattamento”) delle relative abilità.

Gli active sono quindi dei corpi, delle bambole, in cui inserire le skills più adatte per portare a termine con successo le missioni per cui i clienti pagano profumatamente. Quando tornano a “casa” e i loro cervelli vengono resettati, gli agenti camminano nell’asettico e lussuoso ambiente della Dollhouse come degli zombie, senza preoccupazioni se non fare la doccia o potare un bonsai. Si muovono con movimenti lenti e dimostrano nel linguaggio la semplicità e l’ingenuità dei bambini e per questo motivo vanno protetti e coccolati nella classica campana di vetro.
Protagonista è Eliza Dushku, già attrice per Whedon in Buffy ed Angel e qui anche nelle vesti di produttrice.
Eliza è Caroline una ragazza che scappa non si sa bene da cosa e trova un rifugio nella Dollhouse, dove viene trasformata nell’active Echo (i nomi degli active riprendono le lettere dell’alfabeto militare). Ben presto però lascia trasparire dei ricordi residui che la portano ad essere considerata, a seconda dei punti di vista, o speciale o un pericolo. Ovviamente non può mancare l’eroe buono, Paul Ballard, interpretato in modo più che convincente da Thamoh Pennniket (l’indimenticabile Helo di Battlestar Galactica), agente dell’FBI alla ricerca solitaria della Dollhouse. Come ogni idealista che si rispetti non può che non essere creduto e quindi emarginato, visto che l’esistenza della casa delle bambole è considerata nulla più che una leggenda metropolitana. Anche la Dollhouse ha i suoi scheletri nell’armadio, che in particolare rispondono al nome di Alpha, un active geniale e ribelle che è scappato dalla casa e ora cerca vendetta.
A completare il cast l’inglesissima Olivia Williams nei panni della responsabile del centro di Los Angeles Adelle DeWitt, Amy Acker (la perfida Peyton di Alias) che indossa il camice della taciturna e sfregiata Dottoressa Saunders, Fran Kranz che interpreta Topher, genietto tecnologico, quanto mai antipatico e costantemente sopra le righe, Harry J. Lennix che è Boyd, il responsabile di Echo (interessante anche il vero e proprio imprinting che subiscono le Dolls, invitate a fidarsi inconsciamente di una determinata persona), ed infine Enver Gjokaj, il mafioso russo Lubov e Dichen Lachman nei panni dell’ultima doll arrivata, Sierra.
In onda in USA il venerdì (la serata ammazza-serie per antonomasia) Dollhouse è rimasta in bilico fino alla fine per il rinnovo ad una seconda stagione. Lo sconforto per i bassi risultati d’ascolto – esordio a 4,7 milioni e chiusura a 2,75 – non ha tuttavia scritto la parola fine, e nonostante tutti i gufi sono stati ordinati i nuovi episodi.
C’è da dire che la serie è stata un po’ stravolta dalla Fox: il pilot originario non è stato ritenuto all’altezza – sarà presente nel DVD – ed al suo posto è stato mandato in onda un episodio noioso, poco coinvolgente e lento. Uno dei più brutti pilot mai visti. Questo sicuramente non ha aiutato e anzi ha provocato più di un abbandono. Già dalla seconda puntata si intravede qualcosa, più azione, più ritmo una trama orizzontale abbozzata e una preponderanza di quelle verticali autoconclusive.
Ma il vero giro di boa arriva alla puntata sei, quando con una serie di colpi di scena la trama trasversale prende il sopravvento e la musica cambia alla grande. Da lì è un crescendo di colpi di scena e azione fino alla puntata conclusiva che lascia aperti molti misteri e molti intrighi che necessitano risposte in una (si spera) brillante seconda stagione.
Unico punto debole, fatta eccezione per i primi episodi, è l’interpretazione di Eliza Dushku che non ha la versatilità espressiva sufficiente per interpretare le diverse personalità che il ruolo richiede (chiedere lezioni a Dichen Lachman-Sierra che cambia anche accenti da puntata a puntata).
La sensazione che lascia è quella di una serie che non ha ancora espresso tutte le sue potenzialità, forse menomata da scelte di produzione, forse con un percorso ancora non chiaro.
Quella che si respira è comunque un’aria un po’ cupa di solitudine, che diventa sintomatica anche della nostra società, sempre più tecnologica ma sempre più individualista. Coloro che popolano il mondo della Dollhouse sono tutti soli: i clienti, alla ricerca di un’emozione che non trovano senza “creare” qualcuno appositamente, le dolls, in fuga da loro stessi e schiavi senzienti, Ballard eroe solitario, la stessa DeWitt (personaggio che acquista fascino sul lungo percorso), Alpha solo contro tutti…
Da vedere? Direi di sì. Anche se solo il 50% degli episodi vale davvero il prezzo del biglietto, basta e avanza.

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Dollhouse

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